L’ultima sillaba del verso

L’ultima sillaba del verso

Valerio è reduce da un intervento chirurgico molto delicato e dalla complicazione di una polmonite che ha reso inevitabile sospendere la radioterapia. Dimagrito, indebolito, disfatto e scarnito come una preda scampata alle possenti fauci di una belva piombatagli addosso d’improvviso, giace disteso sulla sdraio ai piedi di un tiglio nella quiete del giardino. Ha declinato l’offerta di ospitalità ricevuta dalla figlia Serena, che abita in una città lontana con il marito e due figli, per trascorrere le sue giornate in solitudine in una campagna alle prese con la disperata dolcezza autunnale. Una donna immigrata dall’Albania si reca ogni giorno da lui per cucinargli, pulirgli la casa e praticargli le iniezioni; mentre le viste del chirurgo servono solo a rammentargli che il rischio di una recidiva è sempre in agguato. Qui, mentre la vista sorvola declivi collinari, filari di vigna, piante boschive, uccelli e animali selvatici, la memoria risale il flusso del tempo. Nella sua mente si danno convegno, di volta in volta, il ricordo della morte della madre, la separazione dalla moglie, l’esaurirsi della passione politica, la caduta del Muro di Berlino, la Guerra del Golfo, l’inchiesta Mani Pulite, gli anni del berlusconismo e soprattutto la relazione con Claudine. Quella sua giovane allieva universitaria dal nome è identico a quello di un personaggio di un racconto di Musil, che proprio ora ritorna a contattarlo a distanza di nove anni con un’inattesa e-mail…

Approdato in quella terra gonfia di anni e di ricordi ormai corrosi, l’io narrante di Romano Luperini ‒ uno dei più prestigiosi critici letterati e intellettuali italiani contemporanei ‒ ci appare in questo suo nuovo romanzo dal taglio autobiografico come un naufrago piegato al ritmo dilatato e sospeso di una vita che sfugge. Di una stagione ormai scandita da un crescente bisogno di riflessione e di profondo abbandono alla dimensione del tempo interiore. Nella luce obliqua di una vecchiaia funestata da un grave morbo improvviso, tra le lusinghe della malinconia e la piega amara di un sorriso stanco, il protagonista del romanzo ‒ vero e proprio alter ego dell’autore – si lascia avvolgere dal flusso dei ricordi legati alle relazioni sentimentali e alla passione per la politica, demoni irrefrenabili e tormentosi che hanno agitato non poco le acque del suo animo nel lungo e intenso tragitto esistenziale. Non un compianto né una testimonianza, ma piuttosto la rivendicazione di uno spazio dove poter finalmente lasciare che sia il temperamento saturnino (troppo a lungo sacrificato) a dar vita a echi e contrappunti, rievocazioni storiche e meditazioni intime. Romano Luperini affida all’io narratore una prosa di controllata e asciutta fattura e la costruzione del testo a una macchina narrativa lenta e che promette ben più di quanto mantiene, che smorza le aspettative del lettore in una serie di riflessioni e di evocazioni poco incisive, nel quale pagina dopo pagina è l’attesa che crea l’interesse e non viceversa.



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