L’ultima volta

L’ultima volta
È da quando era bambina che Maria Mulcahy, orfana e ospite in un convento di suore, guarda affascinata il giovane Jamesy. Ed è proprio felice quando, a diciassette anni, riesce finalmente a fare amicizia con lui. Jamesy è un ragazzo intelligente e anticonformista, forse troppo, per gli standard limitati di quel piccolo villaggio irlandese degli anni sessanta. Per prima cosa dà a Maria dei libri da leggere. Turgenev, Zola, le poesie di Tennyson, i diari di Nijinsky. Poi, quando finalmente si ritrovano l’uno fra le braccia dell’altra, la donna per cui Maria lavora come baby-sitter li scopre e scoppia uno scandalo. Come in una storia ottocentesca Maria viene allontanata dalla città e mandata in un convento. Appena raggiunta la maggiore età decide di lasciare l’Irlanda e trasferirsi a Londra, per rifarsi una nuova vita. Non vedrà mai più Jamesy, il suo primo amore, ma quando la televisione comincia a mostrare i primi servizi sui tumulti giovanili, il pensiero che le attraversa la mente è chiaro: “eravamo stati Jamesy e io i militanti, eravamo stati Jamesy e io la protesta!”. Jackie è un ventenne irlandese, trasferitosi in Inghilterra per lavorare nei cantieri. Cos’è che lo ha spinto a lasciare la sua terra? Problemi familiari, la primavera, il desiderio. Ciononostante  a Londra conduce una vita semplice e modesta, solitaria, ma vivacizzata improvvisamente dall’arrivo di sua sorella Moira, da poco uscita da un ospedale psichiatrico. Occuparsi di Moira, dividere con lei il piccolo alloggio, lo fa stare bene. Passano insieme una lunga estate piovosa, andando nei pub, ascoltando band irlandesi. Assistono a manifestazioni di protesta contro la presenza delle truppe inglesi nell’Irlanda del Nord e, una sera, in un pub scoppia una rissa. D’improvviso l’incanto di quell’estate sembra finito. Moira decide di tornare a casa, Giovanni Paolo II sta andando in Irlanda e lei non vuole perderselo, lei non può vivere lontano dalla propria terra. Jackie, al contrario, vuole continuare a muoversi, verso il mediterraneo, verso il sud, nel disperato tentativo di dimenticare quel sogno di purezza nel quale aveva creduto da ragazzo…
I personaggi di Hogan, che si tratti del soldato americano reduce dalla guerra in Corea e capitato non si sa come in un piccolo villaggio irlandese, o dell’affascinante teddy-boy degli anni sessanta, o della ragazza abbandonata e impazzita per amore, sono giovani emarginati spesso spinti a lasciare il proprio Paese, salvo poi fare i conti con una struggente e indissolubile nostalgia per la terra d’origine. L’Irlanda di Hogan è un luogo quasi magico, dove si scontrano religione e magia, vita e morte, vicende legate all’infanzia che l’età matura non è riuscita a cancellare. Si respirano i drammi antichi di una terra antica: una religiosità che spesso si confonde con la superstizione, una società bigotta e classista, gli aborti clandestini, la cronica mancanza di lavoro e la povertà, il miraggio di una vita migliore in Inghilterra. In molte pagine si affronta anche l’ambiguo legame tra la violenza della guerra di liberazione dagli inglesi e quella dei nazionalisti dell’IRA nell’Irlanda del Nord. Emblematico, da questo punto di vista, il racconto in cui un padre morente, poliziotto che aveva partecipato alla rivolta del 1916, dialoga con il figlio pacifista fuggito in Inghilterra. Desmond Hogan, considerato negli anni ottanta e novanta uno degli scrittori in lingua inglese più importanti, al pari di Rushdie e Ishiguro, dopo essere stato acclamato dalla critica ha scelto di allontanarsi non solo dall’Irlanda, ma anche dal mondo letterario. Negli anni ha fatto perdere quasi ogni traccia di sé e oggi si sa che vive quasi ai limiti dell’indigenza. Speriamo dunque che la ripubblicazione dei suoi primi racconti possa riaccendere l’attenzione su questo grande talento della letteratura irlandese.

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