L’ultima volta che vidi Parigi

L’ultima volta che vidi Parigi

Charlie è tornato a Parigi. Parigi, però, non è più la stessa “festa mobile” che aveva conosciuto anni prima. Neppure lui è più lo stesso. Gli amici che lo accompagnavano nelle notti brave e spensierate se ne sono andati, tornati in America o scappati dalla sfolgorante bellezza della capitale francese alla ricerca di pace e tranquillità in altre città europee. Forse è meglio così, lontano dagli antichi compagni di bevute sarà più semplice attenersi alla regola che si è dato: bere un unico cocktail al giorno. Charlie, inoltre, è tornato a Parigi con uno scopo. Lo stesso scopo che non lo fa smuovere di fronte all’aperto astio di sua cognata, che ancora lo incolpa della morte della sorella. Lo scopo di Charlie è rivedere e ‒ spera per sempre ‒ riabbracciare Honoria, sua figlia. Sobrio, con un lavoro sicuro alle spalle e lontano dalle vecchie amicizie, crede di avere la custodia della figlia assicurata. Uno spiacevole incontro proprio con il passato da cui crede di essere sfuggito, però, bussa alla porta, o meglio suona il campanello degli zii, e tutori, della piccola Honoria… Henry Haven Dell non si cura che di se stesso. Passa il tempo libero con la baronessa Ruth, di cui è l’amante. Non si lascia sfuggire la freschezza di un’uscita con la giovane Bessie Wing, che deve lasciare il fidanzato. E, in questa lunga giornata da flâneur, trova anche il momento giusto per incontrare la protegé di cui si era preso cura nel primo dopoguerra. A fare da sfondo, in questo racconto, è ancora una volta la Ville Lumiere del secolo scorso, la Parigi dove “c’erano solo le facce della gente seduta ai tavoli dei bistrot”…

L’ultima volta che vidi Parigi raccoglie due racconti di Francis Scott Fitzgerald. Il primo si intitola Babilonia rivisitata, mentre il secondo, molto più breve è Notizie da Parigi, quindici anni fa. Charlie, il personaggio principale del primo racconto, è un perdente. La vita, o Parigi, sembra avergli tolto tutto. La Parigi di Fitzgerald è una “Babilonia rivisitata” in quanto retaggio di un passato felice che sembrava dovesse durare in eterno, anche e soprattutto per lo stesso autore, ma che si è infranto contro il muro della realtà. Il secondo racconto, invece, come se salissimo su una macchina del tempo, ci riporta alla lieve ed eterea bellezza degli anni ’20, di quando tutto era ancora possibile, per i personaggi dei suoi racconti così come per Fitzgerald. Innamoramenti facili, incontri veloci e un perenne girovagare alla ricerca di storie da vivere e scrivere, la Parigi che ci fa conoscere è la stessa in cui ha vissuto tanti anni prima con la moglie Zelda. La velocità della narrazione di questo breve racconto ci ricorda la frenesia della vita che gli espatriati della Generazione Perduta conducevano in Francia, tra parties, estati sulla Costa Azzurra e flirts. Fitzgerald in questi due racconti sembra voler celebrare il funerale delle proprie speranze di gioventù. Proprio come altri della sua generazione, primo fra tutti l’amico-nemico Hemingway, ha goduto fino all’ultima goccia il nettare parigino e ne ha pagato lo scotto. Quelli parigini in particolare, e francesi in generale, infatti, sono stati gli ultimi mesi felici della sua vita, prima del conclamarsi della malattia mentale di Zelda e molto prima del tracollo finanziario che lo porterà a lasciare l’Europa per tornare a cercare fortuna in America.



 

 

 

 
 
 
 

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