L’ultimo degli Eltyšev

L’ultimo degli Eltyšev
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Nikolaj Eltyšev e Valentina Viktorovna sono due coniugi russi di mezza età. Vivono in una cittadina di provincia, hanno due figli, un lavoro a tempo indeterminato, un appartamento statale vincolato all’impiego del marito: potrebbero condurre una vita senza troppe angustie, perfino serena, se certe frustrazioni non si fossero insinuate nell’animo di Nikolaj. L’uomo è una guardia addetta alla sorveglianza di un carcere per ubriachi, fa parte di uno speciale “commando anti-sbronza”, al quale è approdato dopo una promozione dal grado di sergente semplice. Questo impiego, ma soprattutto gli extra, ricavati vuotando le tasche degli etilisti ricchi, gli ha fruttato un frigorifero, un’automobile, perfino un televisore marca Samsung: piccole gioie consumistiche nella Russia post-sovietica. Ma continua a rimuginare sugli affari mancati che gli avrebbero consentito il salto di qualità come qualche suo amico, e l’insofferenza per la sua vita ordinaria lo logora: invecchierà da mediocre, con una moglie sfiorita dai fianchi opulenti e due figli ignavi sul groppone. All’ennesimo furto qualcosa va storto: è l’inizio della catastrofe. Perde lavoro e casa, ritrovandosi ospite nell’izba decrepita e maleodorante di una vecchia zia di sua moglie, che non ha mai lasciato il paesino ghiacciato dove è nata Valentina Viktorova. Anche lei abbandona l’impiego di bibliotecaria, pronta a rimboccarsi le maniche per risollevare le sorti della famiglia. La vita è dura, non c’è lavoro, si tira avanti alla giornata nutrendosi di quel po’ che il clima consente di coltivare, intaccando i risparmi di una vita nel tentativo di rimettere in sesto la izba che non dispone nemmeno di servizi igienici. Rimpiangeranno l’acqua calda, il televisore e perfino il garage riscaldato, incattiviti dalla miseria che indebolisce gli animi e i valori, specie quando sono già abbastanza traballanti. Tutte le speranze dei due si concentreranno sul ritorno dell’amato figlio Denis: uscirà di prigione e li aiuterà a costruire una casa decente, lui che è forte, volitivo, al contrario di Artëm…

È senz’altro un romanzo amaro L’ultimo degli Eltyšev; ben scritto e costruito, decreta il successo internazionale dello scrittore Roman Senšin, vissuto nella Siberia meridionale dove ha svolto diversi mestieri prima di approdare alla carriera letteraria. Giudicato dalla critica la versione moderna del romanzo realista russo, racconta, attraverso la voce esterna di un narratore onnisciente: la storia di una famiglia che affonda; una certa società provinciale, caratterizzata da una corruzione strisciante, tacitamente accettata in certi ambienti e a più livelli; un conflitto generazionale tra i padri, che si sono spezzati la schiena, e i figli, al pascolo, nella più totale ignavia, senza un progetto di vita, allo sbando, proprio come quelli di Nikolaj e Valentina. Il lettore si chiede perché mai abbiano deciso di mantenerli accettandone passività e condotte, nonostante le ristrettezze familiari, anziché cacciarli di casa a pedate, in una logica educativa di buon senso (il figlio Denis finirà in prigione per una rissa). L’unica risposta è che non abbiano avuto l’energia per dialogare, litigare, punire, perché ciascuno si è ritrovato alienato in uno spazio proprio e ripetitivo, con l’unico obiettivo, alla sera, di raccogliere le forze per affrontare l’indomani un giorno identico al precedente, cristallizzati dalla totale incomunicabilità in un ruolo stereotipato. Altra tematica, motore del romanzo, è la seduzione per la materia cui cede Nikolaj; potrebbe accontentarsi, preservando la propria integrità, invece è insaziabile; non si dibatte nel dubbio e nemmeno nel pentimento, la corruzione fa parte della sua cultura oltre che della sua natura, e lo porterà ad uccidere scrollandosi semplicemente la neve di dosso. La miseria trascina spesso nella abiezione. Nel caso degli Eltyševin, tuttavia, questa sembra preesistere, sebbene ad uno stato latente. A differenza di ciò che accade nell’animo di alcuni personaggi di Dostoevskji ‒ pensiamo al protagonista di Delitto e castigo ‒ gli Eltyševin non sperimentano il tormento della colpa e la redenzione finale attraverso l’espiazione. Questa dimensione speculativa e morale non appartiene al loro modo di essere e forse nemmeno al loro tempo, caratterizzato da uno smodato anelito consumistico, tipico di chi ha saggiato la totale privazione di matrice sovietica. Per loro non ci sarà salvezza. Ma avrebbero comunque potuto scegliere diversamente. E tutto per un televisore ultrapiatto di ultima generazione.



 

 

 

 
 
 
 

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