L’ultimo respiro del drago

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Tre misteriosi omicidi gettano un’ombra di terrore su una Pechino avvolta da una pesante, irrespirabile cappa di smog. La Polizia in un primo momento non capisce che c’è all’opera un assassino seriale, le vittime sono troppo diverse una dall’altra. La prima è Peng Nian, una badante di campagna di mezza età che fa i turni di notte all’ospedale trovata all’alba con la testa sfondata da un corpo contundente (forse un martello) nelle immediate vicinanze del ponte Waibaidu; una settimana dopo tocca a un mezzobusto del meteo, Linghu, abbattuto allo stesso modo sempre all’alba a pochi minuti dal palazzo del governo, vicino all’ingresso della metropolitana; la settimana successiva un unico colpo letale anche per Yan, una giovane impiegata di un’agenzia immobiliare uccisa mentre faceva jogging (con un’aria così inquinata?) vicino a Lujiazui. L’indagine – in un primo momento assegnata alla Squadra casi speciali al comando dell’ispettore Yu Guanming – viene girata alla Squadra omicidi guidata dall’ispettore Qin Xiejun, ma anche così non si ottiene nessun risultato: così il segretario del partito Li Guohua, figura politica principale al Dipartimento di polizia, impone a Yu e Qin di discutere il caso (s’intende, in via del tutto informale) con l’ispettore capo Chen Cao. La cosa indispettisce molto e preoccupa i due ufficiali di polizia, perché Chen in passato è stato un astro nascente del partito, ma ormai è considerato un cane sciolto, un personaggio scomodo e sgradito alle alte sfere a causa delle sue indagini anticorruzione. Durante la prima riunione tra Yu, Qin e Chen emerge un fatto finora tenuto segreto: le vittime in realtà sono quattro, c’è stato l’omicidio anche – con le medesime modalità – di una giornalista in possesso di informazioni riservate, ma questa indagine è stata assegnata alla Sicurezza interna. Ma Chen non fa in tempo ad approfondire la questione che viene convocato d’urgenza dal compagno segretario Zhao, primo segretario del Comitato centrale di disciplina del partito, che è appena arrivato a Shanghai…

L’undicesimo romanzo della serie dell’ispettore capo Chen Cao è legato a filo doppio al settimo, lo struggente Le lacrime del lago Tai. E non solo per il ritorno di Shanshan, la ragazza con cui l’ineffabile poliziotto aveva avuto un flirt in quell’occasione, ma anche perché torna prepotente al centro della narrazione il tema dell’inquinamento ambientale, stavolta atmosferico (di qui il titolo originale – assai meno evocativo di quello italiano, va detto – Hold your breath, China). La trama peraltro è ispirata ad un fatto di cronaca: la censura operata da parte del regime cinese di un documentario sull’inquinamento realizzato a titolo privato nel 2015 dall’ex presentatrice della tv di stato Chai Jing, che raggiunse quasi 200 milioni di visualizzazioni prima di essere oscurato in Cina (ma per il resto del mondo è visibile su YouTube all’indirizzo https://youtu.be/xt3JyjVoIQQ). Ma la nebbia velenosa generata da fabbriche e automobili non è l’unica che opprime Chen Cao: è sempre più disilluso, amareggiato, pessimista. Esattamente come – a giudicare dalle sue più recenti interviste – lo è il suo creatore, Qiu Xiaolong, che vive da molti anni a St.Louis, dove insegna all’università, e nonostante abbia più volte visitato il suo Paese natale non può pubblicare in patria le versioni integrali dei suoi romanzi, ma solo delle versioni censurate nelle quali ogni accenno alla corruzione di uomini politici e burocrati pubblici è stato minuziosamente eliminato.



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