L’ultimo sospiro del Moro

L’ultimo sospiro del Moro
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È passato molto tempo da quando Moraes Zogoiby è sfuggito a Vasco Miranda, che lo aveva rinchiuso in una torre, imponendogli di narrare la sua triste storia, di rievocare anni di dolore. Moraes è figlio di Aurora da Gama, ricca ereditiera e pittrice, e dell’ebreo Abramo. È affetto da invecchiamento precoce, causato da una malattia genetica o dall’anatema della perfida nonna paterna, così la sua vita ha una velocità doppia rispetto al normale. Il suo racconto parte da molto lontano: il cognome della sua famiglia deriva dal sultano Boabdil El-zogoybi, “lo sventurato”. Sin dal capostipite la sua razza è condannata alla sofferenza. Nei secoli si sono succeduti contrasti fra consanguinei, amori osteggiati, figure femminili autorevoli, personaggi bizzarri come Aires o evanescenti come Solomon. La storia degli Zogoiby si intreccia con la travagliata storia dell’India, dalla lotta per l’indipendenza agli scontri fra musulmani e induisti. In questo marasma di eventi spicca la figura di Raman Fielding, vignettista noto come Mainduck, che diventa leader dell’Asse di Mumbai (ispirato allo Shiv Sena, partito di idee filonaziste realmente esistito), e immagina un Paese basato sull’oppressione delle minoranze e sull’esaltazione dell’induismo. Abramo è l’emblema del sistema che l’AM vuole abbattere, perché borghese ed ebreo. E Moraes, come una scheggia impazzita, un meticcio senza radici che combatte contro le sue origini, si lega a Mainduck per un senso di rivalsa nei confronti del padre...

L’ultimo sospiro del Moro è il primo romanzo di Salman Rushdie dopo I versi satanici, che lo consacrò all’attenzione della scena letteraria mondiale ma che gli valse l’accusa di bestemmia e la condanna a morte da parte dell’ayatollah Khomeini (la cosiddetta fatwa). Lo scrittore indiano narra le vicende di una famiglia che discende direttamente dall’esploratore Vasco da Gama, e alleggerisce la trama con elementi del mito e dell’irrazionale, collocandosi nel filone del cosiddetto “realismo magico”. Rimanda spesso a due opere di William Shakespeare, Il mercante di Venezia e a Otello, il cui messaggio viene attualizzato nel contesto della metropoli di Mumbai. Rushdie, da decenni indicato come papabile per il Nobel per la Letteratura, attua una lettura critico-ironica degli stereotipi sui “mori”, e affronta il problema delle contraddizioni presenti nella sua India e delle difficoltà che le diverse anime hanno nella convivenza. È un’aspra critica sociale, che più che i colonizzatori inglesi attacca l’India e la sua incapacità di realizzare un’autentica integrazione. Accanto al dramma dell’integrazione c’è il dramma privato di Moraes: il giovane a causa della sua deformità si sente un mostro, ancor più fra i capolavori di Aurora, e matura un sentimento di esclusione quasi alienante. La scrittura di Rushdie non è fra le più agevoli, probabilmente non è adatta a tutti. I periodi sono spesso lunghi e complessi, ma L’ultimo sospiro del Moro è nondimeno un libro sorprendente, soprattutto una volta calatisi appieno nel mondo dell’autore.



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