L’umiliazione

L’umiliazione
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A sessant’anni suonati, Simon Axler è considerato uno degli ultimi grandi attori del Teatro classico americano. Un omone dalla fisicità straripante, la voce tonante e il fascino da mattatore che ha interpretato i ruoli più ambiti per decenni, raccogliendo applausi ovunque. Ma che ora sembra aver perso la capacità di recitare, e incappa in un Prospero e un Macbeth disastrosi, ridicoli, da accapponare la pelle, massacrati dalla critica. Così, di colpo, come una lampadina che si spegne, Axler scopre di non saper più fare ciò che ha fatto per tutta la vita, sul palcoscenico o più raramente sullo schermo cinematografico. La privazione del suo talento lo getta in una profonda depressione, che lo trattiene a letto per giornate intere, a pensare al suicidio, "un uomo che voleva vivere nella parte di un uomo che voleva morire". In realtà, nonostante la tecnica recitativa impeccabile, Simon ha sempre saputo che il suo approccio alla finzione scenica era viziato da un peccato originale, aveva un che di falso: quando a lezione di recitazione fingeva di bere una tazza di tè immaginaria muovendo le dita nell’aria, c’era sempre dentro la sua testa una vocina che diceva “Non c’è nessuna tazza”. Ora è come se quella vocina abbia preso il sopravvento, e per quanto lui si prepari la parte, una volta in scena c’è solo la vocina che ripete: “Non c’è nessuna tazza”. Il suo agente tenta invano di scuoterlo e rassicurarlo, la moglie lo lascia, cogliendo la palla al balzo per correre dal figlio - che ha sempre avuto problemi di droga - e per Simon, terrorizzato di restare solo nella sua lussuosa villa di campagna, si aprono le porte di una clinica psichiatrica. Qui l’ex attore - dopo un infruttuoso tentativo di rintracciare le radici psicanalitiche del suo crollo e dopo aver stretto amicizia con una donna fragile vittima di una terribile storia di abusi familiari - inizia a tranquillizzarsi, a riposare la notte, e decide di tornare a casa...

Non accenna a placarsi la furia pubblicatrice di Philip Roth, che negli ultimi tre anni ha sfornato altrettanti libri e dichiara in tutte le interviste che rilascia (in quelle vere, ma probabilmente direbbe lo stesso anche in quelle taroccate by Tommaso Debenedetti) di non avere alcuna intenzione di rallentare il ritmo. Il suo 30esimo romanzo è così smaccatamente un apologo sull’orrore della vecchiaia e della decadenza da farti pensare più volte durante la lettura che in realtà ci sia un significato molto meno ovvio e che ti sta colpevolmente sfuggendo. A rendere ancora più âgé l’atmosfera del romanzo c’è la scelta di parlare di Teatro - almeno nella prima parte: il Teatro, si sa, è praticamente assente nell’immaginario collettivo moderno, probabilmente è ritenuto troppo poco pop per parlarne, fatto sta che non esiste, è estinto. Provate a elencare cinque libri o film che parlano di Teatro, ammesso e non concesso che lo frequentiate e vi interessi, e ve ne renderete conto (Ci sono uno scrittore e un editore: “Ho scritto un romanzo...” “Ah,” “...è ambientato in teatro” “Sei pazzo o cosa? Quella roba ormai non interessa a nessuno”). La seconda parte del breve romanzo è invece pressoché interamente incentrata sulla relazione erotica tra Axler e Pegeen Stapleford, la figlia quarantenne di una coppia di suoi vecchi amici attori, appena uscita da una disastrosa relazione lesbica: l’anziano attore le compra una camionata di vestiti costosi - nel mondo di Philip Roth non solo il Teatro esiste, ma rende anche bene - e lei lo aiuta a realizzare tutte le fantasie sessuali più vetero-machiste che un uomo di una certa età possa avere, un vero armamentario da bar esplorato a colpi di eterosessualizzazione di una donna omosessuale, femdom, sesso anale, rapporti a tre, giochetti con dildo. Nonostante le sequenze erotiche esplicite, la sensazione di senilità opprime il lettore come una enorme, pesante nuvola nera prima di un temporale. Vera decadenza di uno scrittore o perfetta descrizione dell’altrui decadenza da parte di una penna sensibile e ipertecnica? Dio non voglia che "Simon Axler" stia per Philip Roth (come in precedenza è successo - almeno un po’ - con Alexander Portnoy, Nathan Zuckerman, David Kepesh, Mickey Sabbath), e che L’umiliazione altro non sia che un disgraziato, maledetto outing. Dio non voglia, no.



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