L’unica storia

L’unica storia
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Inghilterra, anni Settanta. Paul Robert è un diciannovenne indolente e accoglie senza grossi entusiasmi il consiglio della madre di iscriversi al circolo del tennis. In occasione del primo torneo il sorteggio gli assegna una partner inaspettata: Susan Macleod. Susan è moglie e madre, con un atteggiamento disinvolto, è padrona del gioco e non è così cinica come gli altri giocatori. Non gli fa pesare il fatto che per fare colpo o per chissà quale altro motivo lui non rispetta alcuna strategia di gioco, è goffo e spera di manifestare e dimostrare una virilità che ancora non ha. Tra una partita è l’altra il rapporto tra loro si infittisce, Paul passa più tempo a casa di Susan che nella sua, con grande disinvoltura di entrambi. Non ci sarebbe niente di male, nulla di scabroso se Susan non fosse molto, troppo più grande di Paul. Quando la loro relazione ‒ che non si preoccupano di nascondere ‒ è notoria, alla borghesia cui appartengono appare talmente scandalosa e immorale che il circolo del tennis, sconquassato dalla notizia, li radia a mezzo posta. Così si trasferiscono a Londra, per vivere la loro storia lontani dai pregiudizi della società e dall’ostilità delle reciproche famiglie. Londra però non è il luogo culla di un amore romantico, ma lo spazio in cui maturare, soffrire, accompagnare, crescere dentro una piaga inaspettata; in cui Paul smetterà di guardare Susan con gli occhi di ragazzo e inizierà a vederla con occhi da uomo. Un uomo che nella sua goffa incapacità e nella stagione più accesa della sua virilità, non le negherà mai, nemmeno alla fine, la sua presenza e la sua profonda, vera, commovente compassione...

Prima di qualsiasi altra cosa, va detto che Barnes scrive una storia che fa male, che arriva prima come impeto di fastidio (per qualsiasi cosa possiate provare fastidio) e dopo come scossa tellurica alla radice della nostra coscienza. Formula domande che restano senza risposte, fatti che pretendono ragioni ma non danno indizi che ne sostengano una. Parte lento, spesso ripetitivo ma quasi a metà della narrazione il ritmo cambia, l’introspezione si fa più profonda, i pensieri e le riflessioni di Paul ‒ che è il portatore degli occhi attraverso i quali seguiamo e viviamo la storia ‒ si fanno più articolati, complessi e anche foschi e cupi; l’euforia dell’amore e della passione lascia il posto ad una meditazione travagliata (a tratti rassegnata) di quello che c’è. Mentre Paul matura, mentre Susan si lascia andare, anche la storia cresce e si immerge per raggiungere e ricongiungersi al suo nucleo centrale, freddo e impenetrabile come una pietra di Onice. È una storia d’amore, comunque la vogliate guardare si tratta di questo ed è tanto più sconcertante per il pubblico pudore quanto più è vera. Con Barnes, Freud gira a vuoto perché l’amore di Paul e Susan ‒ perché di questo e di niente altro si tratta ‒ si bilancia sulla crescita e la fragilità di due individui che si sono ritrovati in un gioco di probabilità tanto cinico quanto fortunato ed hanno intuito appartenersi ben oltre la praticità degli eventi, della biologia, delle verifiche di opportunità e convenienza. Ben oltre le macerie passate e venture. Una storia che pesa, che forma la sua fisionomia nello spessore generativo del non detto. La violenza e la miopia del marito di Susan, la vergogna e la chiusura dei genitori di Paul, l’indifferenza indispettita delle figlie di lei sono elementi che strisciano lungo tutta la trama, la modellano, la affossano e al lettore picchiano insistentemente sugli occhi e sullo sterno. Sono questi che opprimono, che sono sempre presenti e continuamente taglienti. Passa da loro l’epilogo di queste vite, dal loro silenzio, dal loro essere macigni muti e feroci. Sono loro, con questa presenza inopportuna, carica di pregiudizio e di rifiuto, che mettono in luce il crocevia arrivato al quale un ragazzo diventa uomo e una donna si arrende all’incapacità di abbandonare i suoi mostri, recidere con loro i legami stenti fatti di calci e di pugni. È dentro questa desolazione che Barnes mette il cuore pulsante del suo romanzo: la storia della nostra vita può essere una e una soltanto. Potrà finire, spezzarsi, altre potranno subentrarle, ma è in essa che siamo maturati, cresciuti, affrontato le domande più spinose e cercato le risposte più difficili. In essa abbiamo capito che l’amore si prende tutto senza chiedere permesso. “Chi è in grado di controllare l’amore che prova? Se è controllabile, non è amore. Non saprei come altro chiamarlo, ma amore non è. Essa è la misura del nostro mondo che verrà. E’ in essa che ci saremo formati, nell’unica grande storia che abbiamo mai vissuto. Ce n’è sempre una dalla quale non si torna indietro, alla quale si guarda sempre come fosse un termine di paragone infallibile, a partire dalla quale tutto ciò che viene dopo è replica, un surrogato nel quale cercare qualcosa che non si ritroverà e che servirà solo a colmare una distanza, una assenza, riempire di stracci un buco slabbrato. Sono storie che segnano solchi, come quelli su un vinile. È lì che la puntina deve stare, è quella musica che deve suonare. È quella musica che suonerà per sempre. “Non voglio dire che nella vita ci capiti una cosa sola; al contrario, gli avvenimenti sono tantissimi, e noi li trasformiamo in altrettante storie. Ma ce n’è una sola che conta, una sola da raccontare, alla fine”.



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