L’unico mondo che abbiamo

L’unico mondo che abbiamo
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Ciò che da secoli esalta l’umanità è qualsiasi forma di rivoluzione tecnologica, sia essa rivoluzione del combustibile fossile, rivoluzione dell’automobile, rivoluzione genomica e perfino “rivoluzione verde”. Ma tutte queste rivoluzioni ‒ “tutte con qualcosa da vendere che le persone e i loro governi devono comperare” ‒ sono figlie della Rivoluzione Industriale, che sin dall’inizio “ha proceduto con due soli scopi: sostituire i lavoratori umani con le macchine e commercializzare i suoi prodotti al più alto profitto possibile, indipendentemente dalla loro utilità o dai loro effetti, al fine di concentrare la ricchezza in mani sempre meno numerose”. E la grande debolezza di questo sistema di produzione è che sfrutta risorse naturali – non infinite, dunque - distruggendole progressivamente. Non solo, la scienza spesso – anziché criticare e correggere – si è resa complice di questo sistema “sviluppando esclusivamente prodotti commerciabili, dai combustibili raffinati alle bombe nucleari, ai computer, alle pillole, ai veleni”. In questa società così strutturata, nella quale l’enorme massa di informazioni a cui è possibile avere accesso non diventa automaticamente conoscenza, da un lato gli scienziati hanno accettato l’abitudine industriale di non tener in dovuto conto (o addirittura ignorare) il contesto (corpo, comunità ed ecosistema) in cui si va ad incidere, dall’altro il consumatore finale è sempre più preoccupato per la propria salute, spaventato dalla morte, insoddisfatto, avido e ingenuo...

Wendell Berry, classe 1934, dice di sé: “Ho coltivato da scrittore e scritto da agricoltore”. Forse perché proviene da famiglie che per intere generazioni hanno coltivato la terra e forse è per questa linfa che gli scorre nelle vene che – dopo la laurea in letteratura inglese e dopo gli anni trascorsi ad insegnare letteratura e scrittura creativa in diverse sedi universitarie – nel 1965 è ritornato nel Kentucky, stabilendosi nella fattoria di famiglia e dedicandosi alla coltivazione di diversi acri di terreno, utilizzando solo metodi tradizionali e biologici. Un amore per la terra e per l’umanità che traspare anche in questa raccolta di piccoli saggi- scritti tra il 2010 e il 2013 - in cui sotto accusa è quella scienza asservita ciecamente all’industria e quei princìpi di economia industriale e libero mercato che stanno depauperando il mondo in cui viviamo. Il cambiamento può (e deve) passare solo attraverso uno stravolgimento del punto di vista secondo quell'ecologia della mente che Gregory Bateson individuava come unica via per comprendere “la simmetria bilaterale di un animale, la disposizione strutturata delle foglie in una pianta, l’amplificazione successiva della corsa agli armamenti, le pratiche del corteggiamento, la natura del gioco, la grammatica di una frase, il mistero dell’evoluzione biologica, e la crisi in cui oggi si ritrovano i rapporti tra l’uomo e l’ambiente”. Ecco perché se vogliamo fermare l’impoverimento della terra e della gente, ammonisce Berry, noi stessi dovremmo essere preparati a diventare più poveri; non affidarci ciecamente alle energie rinnovabili, ma cercare di ridurre i consumi di energia. Essere disposti a spendere meno, bruciare meno e viaggiare meno. Perché una vita più lenta può veramente renderci felici, più presenti a noi stessi ma anche d’aiuto a quelli che hanno bisogno della nostra presenza, in quell’ottica di responsabilità e cura che sono il filo conduttore del pensiero del “filosofo contadino”.



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