L’università del crimine

L’università del crimine

La conversazione sul futuro di Tasia e del figlio che ha fatto contemporaneamente domanda in tre università per coronare il suo sogno di continuare gli studi si svolge in una foresteria di Pàpingo. All’improvviso, una mattina, Adriana, la moglie di Kostas Charitos, commissario ad Atene, si è difatti svegliata con la nostalgia delle sue radici epirote. Radici che in effetti la accomunano al marito. E così si sono decisi a tornare a visitare il patrio suolo, laddove Pirro regnò e Andromaca fu tradotta in schiavitù, per una volta senza Caterina e non per un funerale. Charitos è seduto nella sala da pranzo della foresteria “To Rodi” con quattro signore, una delle quali è per l’appunto la moglie. La colazione è terminata, ma le signore hanno ordinato un altro caffè greco perché la signora Calliope legge i fondi. Dalla finestra si ammira la vista sublime della vetta dell’Astraka, dove, da piccolo, Kostas con gli amici tendeva gli archetti per acchiappare merli, quaglie e quel che capitava. Ora, invece, osserva stupefatto la sua Adriana che partecipa alla rivelazione delle cose a venire. Probabilmente ha scoperto che le tre signore hanno doti divinatorie, dato che lei non ha fatto in tempo a ereditarle dalla madre, all’epoca in cui le donne si lasciavano affascinare dai fondi del caffè, nel tentativo di vedere, nel fondo della tazza, una luce di speranza…

Un film tratto da una sua sceneggiatura (e se una pellicola è scritta male non va da nessuna parte, che sia ben chiaro) ha vinto la Palma d’oro a Cannes: basterebbe questo per far incontrovertibilmente comprendere, ammesso e non concesso che ve ne sia sul serio la necessità, di quale maestro, di quale finissimo dicitore che non ha bisogno di presentazioni, data la sua carriera onusta di trofei in ogni campo, stiamo parlando. Un narratore maiuscolo, che sa sempre essere credibile e rispettoso del lettore, che intrattiene non lesinando mai in dettagli pieni di senso e di significato che rendono l’evasione piacevolissima, sapida e ironica ma anche assai profonda dal punto di vista della riflessione etica. Perché tutto è intimamente morale e politico nella sua prosa: si pensi solo che questo romanzo, la nuova avventura del Carvalho ellenico, del Montalbano della torrida Atene, del cane sciolto sui generis con moglie dalle origini epirote che ha fatto di recente amicizia con un trio esilarante di donne, tre (dis)Grazie tutte da sbellicarsi, e figlia addottorata in Legge ora in attesa di un bebé, impareggiabile e imperdibile, Kostas Charitos, si apre con ben due citazioni di Bertolt Brecht. E la disciplina che ha – o dovrebbe avere – come meta il bene comune, come del resto in tante avventure del già nominato in nuce Andrea Camilleri, si pensi per esempio a La forma dell’acqua, tra le pagine dell’Università del crimine, lucide, potenti, appassionanti, convincenti e coinvolgenti, divertenti, variegate, ben scritte e caratterizzate in modo finissimo, è assai presente: in un tempo in cui, anche, se non soprattutto all’ombra delle solenni architetture classiche e mediterranee erose da crisi e speculazione, spirano sempre più impetuosi i venti del populismo, uno dietro l’altro vengono fatti fuori tre professori che avevano abbandonato la missione dell’insegnamento per quella parlamentare. Con conseguenze nefaste e attirandosi strali pestilenziali come solo quelli che scagliò Apollo contro gli Achei per colpa della spocchia d’Agamennone, verrebbe da dire con ogni evidenza. Il tutto mentre Charitos è stato appena promosso (e il premio pare proprio una polpetta avvelenata…) e il governo non manca di fare pressioni.



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