L’uomo è morto

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Estate 1967. La situazione politica in Nigeria è spaventosamente tesa: il colonnello Yakubu Gowon ha appena preso il potere con un colpo di Stato, il secondo in un anno. La tensione tra il nord della nazione e il sud-ovest (Biafra), divisi da profonde differenze etniche, tribali ed economiche, è alle stelle. Gowon è nordista, cristiano e ritenuto relativamente moderato, ma dopo pochi mesi avvia una politica di persecuzione dell’etnia Igbo, dominante al sud. Si succedono pogrom con decine di migliaia di morti e incarcerazioni arbitrarie, finché il colonnello Odumegwu Ojukwu, leader militare del Biafra, dichiara la secessione dalla Nigeria. La reazione del governo centrale è veemente: il Biafra viene chiuso in un embargo con blocco navale che lo isola dal mondo e nel luglio 1967 scoppia una sanguinosa guerra civile. Alcuni coraggiosi esponenti della società civile di ambo le parti scendono in campo contro il conflitto e contro la dittatura, denunciando la fornitura di armi alle fazioni in guerra da parte di alcune potenze straniere. Tra questi c’è il giovane insegnante Wole Soyinka, che in quella stessa estate viene incarcerato. Da parte del regime di Gowon c’è più che altro l’intenzione di togliere dalla circolazione un intellettuale scomodo. In altri casi si va meno per il sottile: il giornalista Segun Sowenimo viene brutalmente picchiato a morte (è lui l’uomo a cui fa riferimento il titolo), il fotografo Emmanuel Ogbona viene rapito, ucciso e gettato nella foresta, Gogo Chu Nzeribe viene imprigionato e lasciato morire di fame, il dottor Adeyemi Ademola, capo del Servizio Sanitario Federale, viene ucciso con un colpo di pistola da un commando di militari dopo aver stilato un verbale di autopsia non gradito a Gowon. Ma nel settembre 1967 Soyinka dalla prigione scrive una vibrante lettera sulla situazione politica della Nigeria che fa infuriare il regime. Le accuse contro di lui cambiano, e anche il trattamento ricevuto in carcere…

La guerra civile nigeriana del 1967-1970 è presente nel nostro immaginario collettivo più di quanto sospettiamo: personalmente ricordo ancora i miei genitori usare il termine “Biafra” per descrivere fame e carestia e le immagini in bianco e nero di bambini dal volto scavato e dall’addome gonfio, tormentati dalle mosche. Milioni di persone morirono di morte violenta o affamate dallo spietato embargo del governo centrale di Lagos, organizzato per indurre i secessionisti alla resa. Fu una delle tragedie umanitarie più grandi del ventesimo secolo e non è un caso che l’organizzazione non governativa “Medici senza frontiere” fu fondata nel 1971 dal medico francese Bernard Kouchner proprio in seguito alla drammatica esperienza in Biafra. Pochissimi in Europa invece sanno che le tesnioni fra etnie in Nigeria sono ancora violente e minacciose. Su “Newsweek” Wole Soyinka ha recentemente scritto: “La guerra non è finita, ha solo cambiato tattica. Si potrebbe affermare che si sta svolgendo un progetto di secessione interna, una secessione che costeggia le leggi nigeriane, testa ciò che permettono e osa quello che non permettono”. Amnesty International ha denunciato come dal 2015 ad oggi ben 150 esponenti politici e simpatizzanti dell’indipendenza del Biafra siano stati uccisi dalle forze di sicurezza nigeriane. Scritto nel 1971 ma pubblicato in Italia solo nel 1986, sull’onda del Premio Nobel per la Letteratura assegnato a Soyinka, L’uomo è morto è considerato oggi un vero classico della “letteratura carceraria”, anche se più che a un memoir somiglia ad un pamphlet politico, e questo – oltre alla traduzione un po’ datata – rende la lettura a tratti faticosa. L’autore racconta – scrivendo dopo la sua liberazione, non durante la prigionia – la sua permanenza nelle carceri del regime del colonnello Yakubu Gowon in tre distinti periodi (Ibadan-Lagos 1967, Kaduna 1968 e Kaduna 1969), allegando documenti e testimonianze, descrivendo il suo atroce percorso psicologico dalla tranquillità alla paranoia e al terrore, ma è più che altro interessato alla definizione e all’esposizione delle sue teorie politiche: la guerra, la giustizia, la democrazia, l’umanità, l’oppressione. Grandi temi che Soyinka affronta con veemenza più che con rigore filosofico. La sua è la reazione rabbiosa di chi non accetta né di vivere né di morire in silenzio, di chi non vuole chinare la testa di fronte all’arbitrio, di chi rivendica la condizione di uomo libero.



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