L’uomo anfibio

Anni Trenta, Argentina. È notte fonda. La goletta “Medusa” è ormeggiata poco lontana dalla costa, ondeggia lentamente cigolando cullata da un mare placido. A bordo, i pescatori di perle dormono stanchi dopo una giornata di pesca intensiva. Ma l’anziano indio araucano Baltazar, braccio destro del capitano Pedro Zurita, proprietario della barca, ancora non dorme: fuma un sigaro con calma, lasciando che il sonno si impadronisca di lui poco a poco. D’un tratto un suono misterioso lo scuote, ora i suoi sensi sono all’erta. Lontano, sull’oceano buio, si sente una specie di corno suonare e qualcosa che sembra una voce umana. Altri pescatori si destano: sono terrorizzati, convinti che sia quello che chiamano “il diavolo del mare”, un personaggio leggendario di cui si parla da mesi anche sui giornali. Lacera le reti dei pescherecci liberando i pesci, e anche se qualcuno dice che ha anche salvato persone in procinto di annegare, i pescatori lo vedono come una sciagura. I funzionari governativi di Buenos Aires dapprima hanno sottovalutato la storia, ritenendo si trattasse semplicemente di sciocche superstizioni, ma poi si sono dovuti ricredere e hanno perlustrato più volte le coste del Paese con l’ordine di “fermare l’ignoto individuo che semina scompiglio e panico tra la popolazione del litorale”. Dopo due settimane in cui le navi della Guardia costiera hanno battuto in lungo e in largo il golfo di La Plata, le ricerche sono cessate e “il diavolo del mare” è diventato ufficialmente una leggenda per superstiziosi e creduloni. Ma gli indios lo temono ancora. E quando quelli a bordo della “Medusa” scoprono che qualcuno o qualcosa durante la notte ha slegato tutte le scialuppe, precipitano nel terrore. A scuoterli è Baltazar, che non ha paura nemmeno degli squali. Il giorno seguente, durante la pesca delle ostriche, un pescatore viene aggredito proprio da uno squalo e a salvarlo è “il diavolo del mare”: l’uomo racconta che l’essere ha denti lunghi e affilati della grandezza di un dito, le pinne e la coda, mani con artigli e che dalle sue narici escono fiamme. Pedro Zurita e Baltazar ascoltando quel racconto sono perplessi, lo ritengono una fantasia dettata dalla paura. Cosa ha visto davvero il pescatore? Ad un tratto una misteriosa figura umanoide dalla pelle colore verde-argento e dagli enormi occhi appare per un attimo in groppa ad un delfino. È lui, dunque! L’equipaggio del “Medusa” si mette in testa di catturare quella bizzarra creatura, costi quel che costi…

Primo volume per la collana Solaris di Agenzia Alcatraz, che intende riproporre grandi romanzi scritti in URSS o nei Paesi del blocco sovietico, con un focus particolare sul genere fantascientifico. Datato 1928, il libro di Aleksandr Beljaev deve molto al lavoro di H. G. Wells che per primo con il suo L’isola del dottor Moreau ha immaginato una chirurgia sperimentale in grado di ibridare uomo e altri animali e a quello di Jean de La Hire, il mago della fantascienza francese di inizio secolo, continuatore dell’opera di Jules Verne ma contrariamente a lui praticamente sconosciuto oggigiorno. La storia del guru-chirurgo Salvador che nella remota Argentina porta avanti in gran segreto le sue ricerche mediche, mettendo al servizio degli indios e dei poveri la sua scienza eretica e trasformando – per salvarlo – suo figlio Ittiandr in un uomo anfibio (che somiglia molto ad un super-eroe) è gustosa. L’ambientazione esotica e i robusti innesti romance hanno decretato il successo del romanzo ma soprattutto del film che nel 1962 ne trasse il regista Vladimir Chebotaryov (con protagonisti i teen-idol sovietici del tempo Vladimir Korenev e Anastasiya Vertinskaya), un “fanta-musicarello” blockbuster da 65 milioni di biglietti staccati, e scusate se è poco. Ovvio che lo sguardo di un lettore odierno potrebbe rivelarsi impietoso davanti all’impianto narrativo un po’ bidimensionale e ingenuo di Beljaev, servono per godersi L’uomo anfibio un pizzico di indulgenza e il gusto del vintage: ma non sono caratteristiche poi così rare, no?



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