L’uomo che cadde sulla Terra

Le innovazioni della World Enterprises Corporation stanno entrando nella quotidianità di milioni di persone: pellicole fotografiche che si sviluppano da sole, con un procedimento che permette di conservare colori e dettagli mai così nitidi, transistor, rilevatori di radiazioni, antenne televisive, componenti per condizionatori, una tecnologia in grado di raffinare il petrolio in modo “quindici volte più efficiente di qualsiasi altra”. Certo, a curare gli interessi della World Enterprises c’è Farnsworth, il miglior esperto al mondo di brevetti, convinto a suon di dollari a prestare i propri servigi alla azienda, ma questo non basta a spiegare un successo così rapido, così eclatante in così tanti differenti campi. Dietro quelle invenzioni c’è un uomo: Thomas Jerome Newton, un imprenditore, un uomo riservato, schivo, apparentemente spuntato fuori dal nulla. Il professor Nathan Bryce, chimico con un debole per l’alcol, ha un’idea che gli ronza per la testa, e che sta assumendo i contorni dell’ossessione: quelle tecnologie non sembrano l’evoluzione di alcunché di precedente! Sono invenzioni rivoluzionarie, senza un retroterra scientifico noto; quando ci pensa, c’è una parola che continua ad affacciarsi nella sua mente, e che, nonostante i tentativi razionali di riderci su, e ricacciarla indietro, gli dà i brividi: “extraterrestre”…

“Non era un uomo, eppure era molto simile a un uomo […] era un tipo fuori dal comune. Alto, esile, con i capelli bianchi e la corporatura eccezionalmente delicata, la pelle liscia e la faccia da ragazzo. Ma gli occhi, soprattutto, erano strani, come se fossero deboli, ipersensibili, eppure, con uno sguardo saggio e stanco, da vecchio”. Inutile girarci intorno: Thomas Jerome Newton ha i tratti del compianto David Bowie, che nel film del 1976 tratto da questo romanzo, diretto da Nicolas Roeg, fece il suo esordio cinematografico regalando una maiuscola prova d’attore nei panni dell’etereo, asessuato alieno venuto sul nostro pianeta per salvare la sua stirpe morente. Pubblicato per la prima volta nel 1963, apparso in Italia l’anno seguente nella collana Urania (che nel 1976 lo ripropose ai propri lettori allegando in appendice la sceneggiatura del film di Roeg, in quel periodo in uscita nelle sale), il romanzo di Tevis sviluppa i temi della solitudine, della ottusità e della disperata ansia di autodistruzione degli esseri umani, che si riverbera su una società malata di consumismo e votata ad una corsa sfrenata ed insensata verso un conflitto nucleare - che in molti all’epoca vedevano come inevitabile - ed il disastro ambientale (con pagine che suonano oggi tristemente profetiche), in aggiunta ad una intensa e dolorosa nota autobiografica rintracciabile nella propensione all’alcol dei personaggi principali. Qualche piccola ingenuità narrativa - l’ipotesi dell’origine aliena del protagonista si affaccia davvero troppo presto, ed in modo così forzato da rendere difficoltoso per l’autore costruire un espediente che giustifichi l’intuizione precoce di Bryce - non scalfisce il nucleo struggente di questo classico della fantascienza che continua a lasciare tracce profonde di malinconia e spunti di riflessione nel lettore, a oltre mezzo secolo dalla pubblicazione. Nel 2015 David Bowie firmò Lazarus, un musical ambientato dieci anni dopo le vicende narrate ne L’uomo che cadde sulla Terra, con Michael C. Hall (il Dexter dell’omonimo serial) a rivestire i panni di Thomas Jerome Newton. La prima rappresentazione dell’opera a Broadway, nel dicembre 2016, segnò l’ultima apparizione in pubblico prima del decesso (avvenuto nel gennaio del 2016, con lo spettacolo ancora in cartellone) dello stesso Bowie. È stata annunciata la realizzazione di una serie televisiva basata sul romanzo, scritta e prodotta da Alex Kurtzman.

 


 

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