L’uomo che corre

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Fine anni Settanta, montagne dell’Austria. Un giovane si ferma a fare benzina, scende dall’auto e sente una forte puzza di bruciato. È un grande incendio, che sta devastando i boschi di una montagna poco lontano. Il giovane è americano, vive a Vienna da sei anni dopo aver disertato dalla guerra del Vietnam. Si è appena lasciato con la sua ragazza, Liza, dopo una furibonda lite in cui lei gli imputava di non aver mai proposto “nemmeno per gioco, nemmeno per ridere tra noi”, di tornare in America. Ma lui – se tornasse – dovrebbe affrontare un processo per diserzione e marcire almeno dodici mesi in qualche carcere militare, dopodiché lo manderebbero a prestar servizio per due anni in qualche buco ben scelto. No, grazie. E poi tutti i suoi parenti americani non ne vogliono più sentir parlare, di lui: il vigliacco, il disertore, quello di cui vergognarsi. Intanto è arrivato nel paesino che sta sotto la montagna in fiamme. L’aria è piena delle sirene dei pompieri, la gente è in strada e guarda verso la montagna. Deve trovare una camera, ha bisogno di una doccia, puzza di sudore. Poi proseguirà il suo viaggio verso la fattoria dell’amico Martin, che alleva asini. Su un balcone di una di quelle casette austriache di legno che sembrano uscite da un cartone animato c’è un cartello con scritto “Zimmer” e una ragazza. La saluta, chiede se c’è una camera libera. La ragazza dapprima gli spiega che oggi non è possibile affittare camere perché il paesino è a rischio evacuazione a causa dell’incendio, poi pian piano – mentre lui insiste sorridendo – cambia idea, a lui pare di scorgere una luce maliziosa negli occhi azzurri di quella gigantessa, lunghe cosce, natiche pesanti, capelli biondissimi con la coda…

Asini, Yani sul monte, Giornate di coppia, Michael Tzidon, Myke, L’uomo che corre. Sono i cinque racconti che compongono il libro d’esordio di David Grossman, datato 1983 (ma si tratta di materiale scritto quasi interamente prima del 1980): diversissimi tra loro per stile e ambientazione eppure già tutti con le stimmate della poetica grossmaniana, con i segni del suo stile. La maniacale attenzione ai dettagli, l’etica come faro delle relazioni umane, quel latente senso di freddezza e distacco che i lettori abituali di Grossman ben conoscono. La ristampa della raccolta è preziosa dunque per (ri)scoprire i primi passi di uno scrittore importante, le prime tappe di un percorso artistico ricco, articolato e di grande successo. Di questo libro Abraham Yehoshua ebbe a dire: “Riconobbi subito in lui un vero talento, una eccezionale capacità espressiva, condita di sensibilità psicologica: capii che quel pulcino letterario avrebbe avuto una notevole apertura d’ali. Lo chiamai subito. Venne a trovarmi. Un pel di carota occhialuto, esile e socievole, che mi fu simpatico all’istante”.



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