L’uomo che credeva di essere se stesso

L’uomo che credeva di essere se stesso
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Rick Hamilton è sostanzialmente un uomo felice. Al vertice di un piccolo ma intraprendente gruppo editoriale, ha una bella casa, una moglie che ama appassionatamente, un figlio che sta crescendo, un altro in arrivo. Il suo corpo è tonico, la sua mente sempre in attività, il lavoro si prospetta in crescita grazie a un accordo che la mattina successiva lui e il suo avvocato (e miglior amico) Harold andranno a stipulare con una banca. Eppure una notte Rick si risveglia con il cuore in gola, ancora aggrappato a un incubo che non sembra volersene andare. Una sensazione strana e mai provata prima. La mattina successiva Rick rischia per ben due volte la vita, cadendo dal tetto per recuperare il gatto e poi evitando per un soffio un incidente stradale. Sono due momenti terribili, che lo spingono a considerare quanto poco sarebbe bastato per cambiare la propria esistenza e quella dei suoi famigliari. Con questo disagio addosso Rick affronta l’appuntamento in banca, ma presto la sensazione di pericolo torna, come una premonizione, come se il suo corpo sentisse che qualche cosa di brutto sta per accadere. Seguendo il suo istinto abbandona la riunione, sale in macchina e torna verso casa, scoprendo così che la moglie Anne e il figlioletto Charlie sono rimasti vittime di un terribile incidente stradale. Il figlio viene estratto vivo dalle lamiere e portato via, mentre Anne muore tra le sue braccia. Rick grida dal dolore, chiude gli occhi per non vedere e quando li riapre sua moglie lo sta guardando, ancora viva. La sua gioia è incredibile, incontenibile, ma quando chiede notizie del figlio la risposta che riceve è ancora più sconvolgente: ma tu non hai un figlio e perché insisti a chiamarti Rick, quando il tuo nome è Richard A. Hamilton? Potrebbe essere impazzito, potrebbe essere tutta un’allucinazione, ma realtà sembra non essere la stessa di prima. Il suo corpo ora è più flaccido, il suo mestiere è quello dell’agente immobiliare, sua moglie forse lo tradisce con il suo miglior amico e avvocato…
La fantascienza non è, in questo caso, un futuro lontano in una quarta dimensione dilatata. Quando l’uomo credeva di essere se stesso, in realtà stava solo esplorando uno dei mondi possibili, fattibili, nel quale stava vivendo. In pratica, la mente può “viaggiare” nella propria vita attraverso il tempo e in mondi altrettanto veri, instillandosi nel corpo come un io alternativo, se non come una specie di parassita buono. Questo è il viaggio di Rick, un’ottima dimostrazione che non è assolutamente necessario creare pianeti distanti, alieni invasori o linguaggi impossibili per farci viaggiare con la fantasia in un universo dove scienza e fantascienza sono divinità invisibili e supreme. Una storia immaginata per la prima volta quasi vent’anni fa ma che, leggerete, sembra viaggiare anch’essa nel tempo restando attuale. Urania riporta a nuova vita (proprio come un salto mentale e temporale) questo romanzo che pare volerci stimolare alla riflessione su cosa sia davvero il proprio “io”, sulle possibilità che questo nostro ego alternativo abbia di abitare in vite diverse, simili ma non uguali. Non è forse vero che a volte ci sentiamo in compagnia di qualcuno dentro la nostra testa? Come se ad abitarla fossimo più di uno, come se la coscienza o l’anima fossero entità concrete, invisibili ma quasi tangibili. 

 

 

 

 
 
 
 

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