L’uomo che guarda

Roma, primi anni ’80. Edoardo detto Dodo è un giovane professore universitario di letteratura francese, “un bell’uomo sui trentacinque anni, ma non (…) un uomo bello”. Tranne qualche rara eccezione, le sue giornate si svolgono così: si alza la mattina molto presto, si lava e rade, si veste da intellettuale, scende a comprare i giornali, risale in casa e prepara la colazione per suo padre, professore universitario anche lui ma di Fisica, “un uomo bello ma non un bell’uomo” costretto a letto dai postumi di un incidente stradale. Alle 8 arriva il fisioterapista e Dodo ne approfitta per uscire. Dopo una veloce colazione al bar (perché non faccia colazione assieme al padre se lo domanda anche lui ogni santo giorno), prende l’automobile e si reca all’università. Alle 13 è già a casa: la sua ben remunerata giornata di lavoro è finita. Pranza con il padre e la moglie Silvia su di un tavolinetto poggiato sul letto dell’infermo, poi va a fare un riposino con lei nella loro camera in fondo al corridoio tappezzato di libri e spesse volte finisce che fanno l’amore, sempre con lei sopra e Dodo sotto. Un’oretta di siesta e poi Dodo ama fare una passeggiata fino al Lungotevere: da lì contempla sempre la cupola di S. Pietro, fantasticando ogni volta su un’esplosione nucleare, e a volte spia con interesse una donna di colore che abita nei pressi. Dalle 17 all’ora di cena Dodo sta in casa da solo. Silvia esce sempre con le amiche, il padre riceve la visita di donne anziane o mature che Dodo intuisce essere state sue amanti o esserlo ancora. Probabilmente durante queste visite succede sfuggevolmente anche qualcosa di sessuale, ma lui può solo intuirlo perché se ne sta all’altro capo dell’immenso appartamento di Prati ad ascoltare musica classica, a leggere, a rimuginare, a sonnecchiare. Alle 21 va a cena a ristorante con Silvia, spesso dal cinese vicino casa: suo padre intanto mangia con l’infermiera, una giovane formosa dai capelli cortissimi. Mentre Dodo si ingozza di pollo e germogli, Silvia parla, parla, parla… Dopo cena i due vanno sempre al cinema e se non hanno fatto l’amore durante il riposino pomeridiano Silvia immancabilmente approfitta del buio della sala per masturbare il marito o praticargli una fellatio: la donna “pare pensare che non deve passare giorno senza rapporto sessuale”…

Terzultimo romanzo scritto da Alberto Moravia prima della sua scomparsa, L’uomo che guarda, datato 1985, si colloca a metà strada tra manifesto e diario dell’ultima parte della vita dell’autore romano. Manifesto perché riecheggiano tra le pagine del libro l’interesse quasi ossessivo di Moravia – che nel 1982 aveva visitato Hiroshima realizzando commossi reportage, dal 1984 era deputato europeo nelle liste del PCI e contemporaneamente a questo romanzo scriveva il saggio L’inverno nucleare – per la questione della possibile (e si scoprirà poi, decenni dopo, sfiorata davvero) guerra atomica tra USA e URSS e la sua teoria secondo cui il voyeurismo sarebbe il primo motore della letteratura e del cinema (ma non della pittura o della scultura), che infatti mette in bocca al protagonista del libro. Diario perché nella complicata gestione da parte del passivo, contemplativo Edoardo delle esuberanze della moglie Silvia è impossibile non intravedere riferimenti autobiografici al turbolento matrimonio tra l’ultrasettantenne Moravia e la giovane e bella Carmen Llera. Il resto è un guazzabuglio edipico di ossessive immagini di un membro paterno gonfio e grosso e iperattivo (quando l’era del viagra era ancora di là da venire, si badi bene), di smorfie goduriose di madri possedute dal suddetto membro portentoso, di una moglie-madonna che si sollazza con un misterioso amante che altri non è che (spoiler!) l’implacabile Priapo di cui sopra, di elucubrazioni morbose (“Se Silvia resta incinta di mio padre, il figlio che nascerà, oltre a passare per mio figlio, non sarà forse anche mio fratello, e Silvia non sarà forse, oltre che mia moglie, anche mia madre, ovvero mia matrigna?”). Dodo, Edipo mancato, batte in ritirata non solo in famiglia ma anche di fronte alla possibilità di realizzare le sue fantasie più proibite (un rapporto a tre con una donna di colore e una quattordicenne). E vien voglia di battere in ritirata anche al lettore, che facendo la gimkana tra i “brillanti” accostamenti tra “fissione” (nucleare) e “fessura” (superfluo dire di quale fessura si tratti) e un’insipida estetica erotica à la Tinto Brass (che non a caso ha portato sullo schermo il romanzo nel 1994) arriva stancamente alla fine della storia.



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