L’uomo che non sono

L’uomo che non sono
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Per Giò diventa un’impresa sempre più ardua svegliarsi tutti i giorni abbracciato a Baffo, il cagnone inseparabile, nel proprio corpo di quarantacinquenne divorziato, con un ormai deciso accenno di pancetta, un lavoro come geometra in un’azienda di materiali edili e una casa in affitto in provincia, casa (e provincia) a cui è dovuto tornare a passo di gambero dopo il fallito matrimonio per il quale si era impegnato a comprare una casa a Milano: non proprio in centro, ma Milano. Oggi si butta giù dal letto ‒ come ogni giorno da allora ormai ‒ già stanco, già annoiato di sé e della sua routine, eppure al risveglio conserva degli strascichi di pensieri nuovi e pericolosi, che non accennano ad abbandonarlo. Inforca pantaloni e maglione, si infila in macchina, Giovanni Tosi detto Giò aspetta che l’aria calda scongeli il parabrezza e raggiunge Beppe, l’amico secolare che dal paese non è mai andato via: lo trova in piazza, ovviamente al bar. Neanche lui è contento della vita che conduce e un’idea concreta per cambiare le cose ce l’ha, e Giò potrebbe farne parte. Se solo riuscisse a convincersene, ad abbandonare le remore e la paura del rischio. Giò è di nuovo in auto. L’autostrada A7, il terreno della spola meccanica che lo porta a lavoro ogni giorno, è intasata di pendolari come al solito e nonostante lo stereo ad alto volume i pensieri dell’uomo vanno alle parole dell’amico, alla proposta che potrebbe cambiare le loro esistenze. Correranno dei pericoli? Certo, ma la voglia di riscatto forse basta per fregarsene. Forse Beppe a quel tavolino di bar ha pensato che l’amico provi solo compassione per lui e le sue frustrazioni, ma non immagina quanto può essere in errore…

Muove i primi passi sulle pagine di questo romanzo invocando un nuovo corpo Giò, non una qualsiasi metamorfosi, ma dichiaratamente quella kafkiana. Avrebbe preferito di gran lunga essere un nuovo Gregor Samsa pur di non essere lui; come insetto si sarebbe apprezzato più che come uomo, nelle sembianze che natura ha previsto e con preoccupazioni sostanziali, come quelle di preservare la specie. Meglio di sorbirsi la sua brutta immagine trasandata allo specchio, cosciente di crogiolandosi in pensieri tutti umani di utilità di sopravvivenza assolutamente nulla. Un romanzo su un protagonista con un modello riconosciuto da principio, ma figlio e fratello di altre mille solitudini in letteratura, che in declinazioni diverse raccontano fin dove è disposto a spingersi un uomo (in direzione interiore o al di fuori di sé) costretto a confrontarsi con il proprio io, senza filtri, senza materassi di sicurezza. Due ‒ Giovanni Tosi e Beppe ‒ sono i motori di questo giallo che vira al noir e che profuma di provincia, di quella particolare provincia del profondo nord umida, nebbiosa, in cui si coltiva una monotonia non solo stancante, ma nel freddo e nel grigio scomoda. Due amici, due solitudini? Sempre una, in realtà. Beppe è l’anima, alter ego puro, esposto, genuino dello stesso protagonista, che infatti data la Verità nella quale si muove, con cui genera e nutre i propri pensieri, non può che essere immediatamente schiacciato dalla ferocia della quotidianità. Cristina Bellon da un po’di anni ha scelto il giallo come colore dei suoi libri, dopo aver spaziato dalla fantascienza al realismo, passando per la saggistica. Questo libro in particolare conserva il realismo e qualcosa dell’occhio giornalistico, illustra le dinamiche di un paesaggio ben riconoscibile ma non precisamente identificato, parla di uomini comuni, non di una storia che era destinata ad essere straordinaria, ma per lo più descrive una vita qualunque nella quale si insinua come un flash surreale un evento che è quasi un sogno di evasione. Ognuno, nel suo letto, tra il suono della sveglia e il momento in cui è seduto nell’auto a veder scongelare lentamente il parabrezza, lo può pruriginosamente coltivare.



 

 

 

 
 
 
 

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