L’uomo che trema

L’uomo che trema
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Cattivo umore, di solito tendiamo a chiamare così quella sensazione: quando avvertiamo un peso nel petto, quando abbiamo l’impressione di non riuscire addirittura a deglutire per quanto tutto ci risulta opprimente. Ma perché succede? Cos’è il cattivo umore? Perché capita di sentirlo come compagno fisso delle proprie giornate? Cerchiamo quasi sempre di dissimulare, di falsificare la realtà e di non far sapere come stiamo realmente. Nella genesi del nostro umore l’intervento esterno risulta spesso decisivo: ci comunica qualcosa, ci suggerisce uno stato mentale, ci facilita o ci rende più difficile il piombare in una condizione che definiamo, semplificando, buono o cattivo umore. In realtà poi ci sono un’infinità di fattori che a vario titolo intervengono, e si tratta di motivazioni chimiche, cromosomiche, genetiche. Questa malattia viene comunemente definita “depressione maggiore” e la sua principale caratteristica è di non essere quasi mai sintomatica, o di non esserla in una maniera precisa, univoca e facilmente riconoscibile. Due malati dello stesso morbo dell’anima possono avere sintomi radicalmente diversi, possono persino tenere nascosto quel demone sotto una coltre per anni, e in ogni caso quasi sempre gli altri derubricano quell’atteggiamento come “brutto carattere”, “ombrosità”, “asocialità”. Sono rassicurazioni fallaci che gli vanno bene finché non arriva quel giorno. Un giorno, che può essere uno qualsiasi, in cui esplode tutto. È al suo solito posto, nel parcheggio della scuola in cui lavora, e prova una sensazione che non è del tutto nuova. Si è manifestata decine o centinaia di altre volte, ma mai con una veemenza simile, è dolore misto alla sensazione che niente abbia realmente senso. Non gli manca, però, la lucidità di chiamare sua moglie Grazia, che lo invita a restare calmo. Quando tornerà a casa prenderanno appuntamento da uno psichiatra, uno consigliatissimo…

Monografie su Caravaggio e Van Gogh, collaborazioni ad altissimo livello con quotidiani, blog e riviste letterarie, l’esordio nel mondo della narrativa con Aracne e Fernandel. E poi? Poi arriva il 2018, e Andrea Pomella viene sparato nel gotha della letteratura italiana contemporanea grazie a un romanzo breve e agile pubblicato con add e che riesce incredibilmente a entrare nella dozzina del premio più chiacchierato d’Italia. È un caso atipico, che fa discutere, anche perché l’editore è molto piccolo e forse impreparato rispetto alla platea dello Strega. Ma non finisce qui, perché mentre Anni luce prendeva forma, usciva e cominciava a camminare con le proprie gambe, sempre più robuste, l’autore si trovava a fare i conti con un lato oscuro di sé, fino a scegliere la terapia forse più utile in assoluto per chi soffre di depressione: autoanalizzarsi, mettersi a nudo e riannodare i fili della propria esistenza. L’uomo che trema è la storia di un uomo (che confessa di avere persino difficoltà a pronunciare nome e cognome quando gli chiedono le generalità, che si dichiara così depresso da non riuscire a immaginare come sarebbe se non lo fosse) e di un dramma rimasto in quiescenza, come un nano che alberga dentro di lui e si risveglia improvvisamente. La voce narrante attraversa tutti i moti dell’animo, tutti i sentimenti e le emozioni: la sentiamo incrinarsi nei momenti più difficili, predicare calma e prendere il comando quando si tratta di affrontare il demone, ci pare addirittura di essere anche noi sotto trattamento quando dopo le prime ore di terapia l’autore scoppia in un pianto liberatorio e apparentemente insensato, indotto dai farmaci. C’è ironia, c’è uno scrupolo quasi clinico nel descrivere il colloquio con lo psichiatra, i principi attivi e gli effetti che procurano a breve e lungo termine, c’è voglia di raccontarsi per fare del bene a sé stesso (Zeno Cosini, dopotutto, lo faceva circa cent’anni fa) e raggiungere molte persone che con la depressione hanno dovuto fare i conti, il tutto senza mai sfociare nell’autocommiserazione, nel tragico, nell’indigesto memoir personale. Concludiamo dicendo che il romanzo ha concorso al Premio Sila ’49, all’ottava edizione in questa sua nuova veste, ed è arrivato in cinquina. In questo 2019, diciamolo chiaramente, arrivare in finale ed essere battuti da La straniera di Claudia Durastanti non è affatto una sconfitta, vista l’eco mediatica e gli apprezzamenti unanimi che il lavoro dell’autrice ha ricevuto dalla critica.



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