L’uomo in coda

L’uomo in coda
È una sera di marzo. È quel momento tra le diciannove e le venti - o per meglio dire le sette e le otto pomeridiane, come si usa dalle parti di Londra - in cui nella capitale inglese il rumore che più di ogni altro si sente riecheggiare per strade, viali e vicoli è quello dei chiavistelli che vengono aperti, delle serrature che rendono accessibili agli appassionati di teatro platee e loggioni. Fortunatamente le tragedie greche non vanno di gran moda, dunque la fila all’Irving è poca cosa. Stessa situazione davanti all’Arena e al Playbox. Ma al Woffington c’è Chi l’avrebbe mai detto?, una commedia musicale di gran successo: sono le ultime repliche. Dunque, c’è una folla tremenda. Un signore sembra spintonare. Una donna se ne lamenta. Non ottiene risposta. L’uomo cade in terra. Svenuto. Meglio, morto. E dal tweed grigio del cappotto sporge un piccolo oggetto argentato che brilla, sinistro, alla luce funesta. Il manico di un pugnale…
Non stupisce che Josephine Tey, al secolo la scozzese Elizabeth Mackintosh, abbia conquistato con la sua suadente scrittura una selva di ammiratori, illustri o meno, devoti e affascinati, avidi lettori delle sue storie. Spesso infatti si dice, in teatro e non solo, che l’importante è cominciare bene e finire altrettanto: in mezzo, può succedere anche qualche pasticcio, ma se tutto sommato lo svolgimento della storia fila, nessuno se ne accorge. Il finale è fondamentale perché è l’ultima sensazione  che rimane negli occhi e nel cuore dello spettatore, l’inizio conta allo stesso modo perché spesso, volenti o no, la prima impressione condiziona il futuro. Bene, L’uomo in coda inizia alla grande, e non suona datato, anzi. Sembra di essere catapultati, mutatis mutandis, dentro a una di quelle affollate vedute di Boulevard Montmartre dipinte da Pissarro, tra la gente, le persone, in mezzo all’azione. E prosegue ancora meglio, con ritmo, sagacia e un intreccio da manuale.

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