L’uomo delle statue

L’uomo delle statue
Primo Ferretti era un uomo che aveva conosciuto il senso della parola fame, tanto da rubare uova di tortora e mangiarle con parsimonia per non sprecare tanta manna dal cielo. Lui era cresciuto sui monti cuneesi, era testardo come il legno con cui lavorava. Era stato chiamato così dai genitori con la speranza di una lunga progenie: speranza che, purtroppo, è risultata vana. Alla sua morte, il notaio annuncia al figlio Enrico ‒ che certo non si aspettava l’esistenza di un testamento stilato da quel miscredente del padre ‒ che Primo gli ha lasciato un terreno. Una porzione di bosco con un capanno parzialmente infestato da rampicanti e chiuso con un lucchetto, non facile da raggiungere, ma dall’indiscutibile fascino. In questo momento della sua vita, per Enrico quel bosco rappresenta una pausa da una realtà complicata: in poco tempo si è ritrovato orfano e “cornuto”. Sua moglie lo ha lasciato senza troppi giri di parole, anzi con un’unica frase scritta in stampatello, per fuggire a Roma con direttore della banca davanti alle Poste dove lei lavorava. Nel giorno del suo quarantacinquesimo compleanno, con una bottiglia di Amarone a fargli compagnia, Enrico decide di usare la chiave di quel lucchetto trovata nella scatola con gli ultimi effetti del padre, e, anche se fuori nevica che Dio la manda, scoprire cosa realmente gli ha lasciato in eredità. Perché può esserci di tutto, là dentro. E qualcosa di incredibile realmente c’è: statue. Statue di animali che sembrano appena usciti dall’Arca di Noè. Ora non rimane che domandarsi: perché suo padre possedeva delle statue e proprio quelle statue?

È un percorso interiore, più che familiare, quello che Stefano Bernazzani fa intraprendere al suo protagonista. Un uomo solo, abbandonato dagli affetti più cari – volontariamente dalla moglie Patrizia, “naturalmente” dal padre Primo – che suo malgrado deve fare i conti con un mondo che fino a poco tempo neanche conosceva. Quello dei compleanni o dei natali in solitudine, della consapevolezza di non conoscere fino in fondo chi si aveva accanto da una vita, dei sabati passati a pulire statue di animali all’interno del proprio garage. Il personaggio di Anna, che di suo avrebbe in realtà poco di liberatorio, serve invece a creare quella rottura col passato e a sovvertire l’ordine inevitabile delle cose. Il clamore che il loro incontro produce sembra la giusta ricompensa per un’esistenza che fino a quel momento è apparsa minore, degna quasi di un romanzo simbolista russo. I colli piacentini tanto cari all’autore fanno da sfondo a questa vicenda particolare, enigmatica, che scoglie ogni quesito solo alla fine. Oltre alle sue doti narrative, Bernazzani dimostra anche in questo libro di possedere un pregio importante per un romanziere: quello di sapere calibrare bene la parola, evitando così tempi morti o passaggi indigesti.

 

 

 

 
 
 
 

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