La Amapola di Alberto

La Amapola di Alberto
“Amapola, lindìsima amapola/ Serà siempre mi alma, tuya sola;
yo te quiero, amada nina mia/ igual que ama la flor, la luz del dia.”
Josep Facerias ha in testa questa canzone quando esce dal bar nel quale lavora come cameriere. E' stanco e malinconico, la morte di sua moglie - il suo papavero - e delle sue figlie dilaniate da bombe tedesche ha annullato la sua vita. Josep non ha voglia di ritornare in quello squallido appartamento e decide che non ha nulla da perdere, che la morte e la prigione sono pur sempre una scelta in confronto all’oblio nel quale vive. Così decide di combattere, di ritornare a fronteggiare di nuovo il nemico fascista. Barcellona non è una città tranquilla, non lo è da anni ormai. Il generale Franco ha instaurato un clima di terrore e repressione. Tutti hanno paura, molti non hanno il coraggio di ribellarsi. Gli altri invece si organizzano in gruppi di resistenza, pronti a dare la vita per una buona causa: eliminare Franco. Josep è uno di questi ribelli, ha un soprannome importante, lui per il popolo spagnolo è El Face. Finisce la Seconda guerra mondiale: Mussolini ed Hitler sono stati eliminati, l’unica nazione europea ad avere ancora un dittatore è la Spagna. Nel 1946 iniziano i rastrellamenti per poter catturare tutti quei banditi anarchici che si nascondono come topi. La Guardia Civile setaccia casolari, stradine, cantine, vengono arrestati decine di uomini e donne. Nascono le cosiddette “case studenti”, dove vengono rinchiusi e torturati tutti quegli studenti universitari che si sono ribellati al regime di Franco. El Face continua la sua battaglia: attentati alle stazioni di polizia, rapine in banca per poi donare i proventi alle famiglie dei detenuti. Facerias fugge prima in Francia, dove trova riparo da altri amici anarchici e poi a Genova. Alcuni italiani da anni sostengono gli anarchici spagnoli, con gruppi pacifisti, mandando fondi alle varie associazioni antifasciste, partecipando direttamente a rapine e rapimenti. Facerias e i suoi amici vogliono far capire una sola cosa al mondo, che pare sordo di fronte alle loro urla: Rivogliamo la nostra libertà, non siamo assassini o ladri, esigiamo una Spagna libera!
Daniele Repetto ce l'ha, quell’abilità speciale di coinvolgere il lettore utilizzando un ritmo serrato e un lessico tagliente, c'è poco da fare. Ricostruire gli anni della Guerra civile spagnola, parlare dei bandoleros senza cadere in clichè edulcorati è difficile. L’autore mette insieme episodi storici di un passato non molto lontano come piccoli tasselli di un mosaico pompeiano, incastra personaggi leggendari come Facerias e Quico che combattono il nazionalismo estremo di Francisco Franco, sfuggendo ai blitz violenti del commissario Quintela. La faciltà con cui questi banditi organizzano e mettono a segno rapine in banca o in gioiellerie è quasi surreale. Ma non è una vita facile quella dei banditos. I tradimenti dei loro ex compagni ormai fuggiti in Francia, il sostegno di gruppi anarchici italiani, guidati soprattutto da Goliardo Fiaschi ( ex partigiano), gli attraversamenti notturni della frontiera spagnola minano l’animo di Facerias e del suo gruppo, e Josep trovatosi con le spalle al muro dovrà cavarsela da solo. Una vita solitaria è pur sempre meglio di una schiavitù: non si può fuggire per sempre, bisogna reagire e tentare il tutto per tutto. Uomini unici, uomini un tempo decantati da Giancarlo Fusco - anche lui giornalista e romanziere ligure, guarda caso - anche se allora erano marsigliesi, e questa volta spagnoli.

 

 

 

 
 
 
 
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