La badante di Bucarest

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Sul 154 che la porta a Boccea, Maria ha ancora negli occhi la faccia sconfitta di Enzo, il suo sguardo basso mentre si fruga in tasca alla ricerca di sigarette che non ci sono, il suo saluto smozzicato quando il tram è arrivato e le ha passato la Samsonite con la rotella rotta. Dietro le sue palpebre che guardano scorrere il paesaggio di periferia si alternano i visi dei suoi ragazzi, l’indifferenza con cui l’hanno salutata, e i ricordi di altre partenze, delle vacanze fatte insieme, alla conquista di città che diventavano sue e di Enzo per il fatto stesso di camminarci attraverso con Carlino sulle spalle e Irene per mano. Quando l’autobus arriva, Maria aspetta l’ultimo minuto per salire, spera in un viaggio in compagnia dei propri pensieri ma la solitudine alla quale pensa di aver diritto dura poco, l’invadente Sara si accomoda accanto a lei ed inizia a popolarle i pensieri con la propria storia; per fortuna scenderà a Timisoara e Maria si godrà qualche ora di solitudine fino a Bucarest. Maria scopre con fastidio che le loro storie si assomigliano: probabilmente si sono rivolte alla stessa agenzia per comprare questo pacchetto che include viaggio, visto, lavoro presso una famiglia, entrambe hanno dovuto pagare in euro perché la nuova lira non è ben accetta in quel tipo di transazione, ma Maria è stata più fortunata, se l’è cavata con 600 euro, anche se ha dovuto cedere un mobile di famiglia alle grinfie di un antiquario albanese di via dei Coronari, invece degli 800 pagati da Sara, ma finirà più lontano, a Bucarest. Sa che dovrà badare a una nonna, le hanno detto che se la sistemazione non le piacesse potrà andarsene, non è mica prigioniera. A destinazione Maria, ex insegnante licenziata per esubero, scopre che in realtà la persona anziana è un professore in pensione e la fantasia di intrattenere con lui lunghe conversazioni in tutte le lingue del mondo si infrange sull’immagine del vecchio allettato, muto, con gli occhi vuoti e un filo di bava che gli scorre lungo il mento. Nessuno in quella famiglia, costituita da una coppia con due figli e l’anziano padre di lei, parla italiano. Gli occhi di Margareta, però, sono molto espressivi mentre la seguono sospettosi durante le attività quotidiane di cura del vecchio padre invalido; è una donna dura e sgradevole, che non fa mistero del fatto che non la vuole tra i piedi il giovedì pomeriggio e la domenica: sono i giorni in cui la famiglia mangia bene, i giorni in cui sul vassoio che Margareta prepara per il padre e la sua badante non potrebbe mettere un passato di verdura e poco più come fa nelle altre occasioni. E così inizia il viaggio di esplorazione di Maria che parte da un autobus, arriva a una panchina del Giardino Cismigiu, continua nella stessa panchina per sei ore, poi ritorna al punto di partenza…

La badante di Bucarest è la storia di un viaggio che ne contiene molti: c’è Maria che parte da un’Italia devastata dalla crisi economica per approdare in una Romania fiorente, che ha superato i propri problemi e offre i lavori che nessuno vuole più fare a chiunque sia abbastanza disperato da accettarli, c’è il viaggio inverso fatto da Margareta molti anni prima, c’è l’esplorazione che Maria fa della città e delle storie che la circondano, riempiendo con l’immaginazione gli spazi che il mutismo dei suoi datori di lavoro lasciano vuoti. Gianni Caria compie una minuziosa esplorazione degli animi di due donne, facendole navigare una intorno all’altra in quelli che inizialmente sembrano cerchi concentrici e sorprendendo il lettore con un drammatico finale in cui le barriere si abbattono, mescolando i destini e i vissuti. Ci sono, poi, le storie che Maria utilizza per far viaggiare la propria anima e, spera, quella del vecchio al quale le racconta. Gianni Caria è un autore estremamente sensibile, che conferma uno straordinario talento nel tratteggiare figure femminili, nel dare voce ai loro sentimenti, alle angosce, alla loro visione della vita. Maria e Margareta, così come la Anita de Il Presidente addormentato, portano ben chiusa dentro di sé la propria storia e il dolore che ha generato. L’autore accompagna il lettore nella straordinaria scoperta dei loro paesaggi interiori, il viaggio che ci regala negli animi dei suoi personaggi è di rara bellezza, mai violento, senza colpi di scena, non ricerca mai l’effetto drammatico per se stesso ma disegna dinanzi ai nostri occhi la sfumata cartografia dei mille contrasti, delle irresolutezze, dei conflitti che queste donne hanno con i propri uomini, siano essi padri ingombranti o mariti e amanti non all’altezza. La badante di Bucarest, nel rovesciare gli stereotipi delle contingenze economiche e politiche che hanno riguardato il nostro continente negli ultimi quarant’anni, ci offre una visione molto realistica del mondo al di là dello specchio. Sembra dirci: “Voi che ve ne state al sicuro nelle vostre case”, voi che siete a vostro agio nella vostra pelle, che pensate che la storia abbia cristallizzato i ruoli e i blocchi economici, non date nulla per scontato, per garantito. Per fortuna la grande bellezza che l’eleganza dello stile di Caria ci regala fa da contrappunto al disagio che ci coglie con l’avanzare della lettura e l’aumentare della consapevolezza di quanto davvero esso racconta.



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