La bambina che amava Tom Gordon

Patricia McFarland, soprannominata Tricia, ha nove anni ed è follemente innamorata di un giocatore di baseball, frutto di una passione sportiva che le ha trasmesso il padre. Fin qui nulla di insolito, è una caratteristica che accomuna molte bambine della sua età. Tricia è solita fare lunghe passeggiate domenicali nei boschi con la madre e il fratello. L’argomento di conversazione odierno è l’imminente divorzio dei genitori. Tricia però non vuole ascoltare, indossa le cuffiette e si immerge nell’ascolto del suo walkman, cercando di trovare la frequenza che trasmette la partita della sua squadra del cuore, i Boston Red Sox, per i quali Tom Gordon veste la maglia numero 36. La discussione tra madre e fratello si fa però sempre più accesa, tanto che Tricia a un certo punto si allontana con la scusa di dover fare pipì, addentrandosi nel bosco. Con sé ha il walkman, una mantellina, diversi cibi per merenda e una bottiglietta d’acqua...

Comincia così uno dei molti thriller psicologici di Stephen King che hanno per protagonisti dei bambini, che in questo caso racconta il percorso di Tricia verso la sopravvivenza, mentre la madre e il fratello hanno denunciato la sua scomparsa e avviato le ricerche. Un cammino durante il quale la bambina impara a centellinare il cibo e l’acqua che ha con sé e a raccogliere le bacche commestibili, a seguire lo scorrere di un fiume e (soprattutto) a fronteggiare terrificanti visioni notturne. La sua unica speranza, per evitare che i mostri veri o allucinatori si impossessino di lei, è che la frequenza radio della partita continui a trasmettere, così che Tom Gordon la accompagni nel suo viaggio per ritrovare la strada e – come avviene in ogni partita – al nono inning segni il colpo decisivo. Attenzione, tra qualche riga ci sarà uno spoiler sul finale del romanzo. Come spesso accade nei romanzi di King (Shining, Cujo, etc), lo scrittore americano sceglie una narrazione che coniuga i “mostri” immaginari dell’infanzia con situazioni di reale pericolo, come appunto il restare sola, a nove anni, in un bosco e non ritrovare la strada di casa. Una sorta di Cappuccetto Rosso postmoderna, dove al celebre abito vermiglio si sostituiscono la maglietta e il berretto dei Red Sox, e dove al posto del lupo spunta il Dio dei Perduti (un orso? una vespa? Una volpe?), ma che alla fine – proprio come la bambina della nota fiaba – verrà salvata da un cacciatore. La bambina che amava Tom Gordon è certamente una spanna sotto i più celebri Carrie, It, Misery e così via, ma dà al tempo stesso ulteriore conferma dell’eccellente capacità di King di dare vita ai fantasmi che hanno terrorizzato le nostre notti di bambini.



 

 

 

 
 
 
 

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