La bambina dei salti

La bambina dei salti
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Antonia, poco più di trent’anni, tutte le volte che può si chiude in bagno e ci sta talmente a lungo da convincere anche il suo corpo che ci sia davvero qualcosa da espellere. La verità è, però, che “dopo sette anni di dominio” lei cerca in questo modo di sottrarre quanto più tempo possibile alla convivenza con Dicxon, che ha quasi il doppio dei suoi anni, perché “negli ultimi giorni si era ribellata al marito in modo sorprendente”. Forse le succede perché possa difendersi ‒ anche se niente riesce ad allontanarla davvero dalla percezione dei passi del marito vicino alla porta ‒ ma a volte “all’improvviso cadeva in una trance inaspettata, le si confondevano gli spazi in un istante. Sapeva ancora il suo nome e la sua storia, ed era cosciente del fatto che suo marito la aspettava dietro la porta per portarsela a letto. Sapeva che sua figlia si divertiva a saltare chiusa nella sua stanza” e che la aspetta per giocare al canguro o a campana; ma il tempo e lo spazio spesso le si confondono, mentre le tornano in mente le case in cui ha vissuto da nubile, lontano da Santa Eulalia di Cabranes – o Santolaya, come chiamano il paesino lì nelle Asturie ‒, quando aveva la sua biblioteca, quella che Dicxon le ha distrutto un giorno in cui la sua rabbia l’ha sfogata contro quello che aiutava Antonia a sentirsi lontana da lui e che la legava al suo passato. L’è rimasto il quaderno azzurro, quello fitto di citazioni, di parole che lei trovava nei libri e serbava per sé; lui da anni continua a cercare quel quaderno ma Antonia e sua figlia sono riuscite a tenerlo nascosto e a salvarlo. A Santolaya la vita di Antonia è stata segnata da due tragedie, entrambe accadute il 9 ottobre. La prima nel 1987, poco prima che restasse incinta, quando qualcuno ha provato a liberarla da quella “bestia vestita da uomo” che conosce soltanto la violenza ferina per stabilire gerarchie di rapporti sociali in paese, per esempio all’interno del locale in cui organizza i suoi periodici tornei di poker; la stessa violenza animale con la quale possiede sua moglie quando lei non riesce a sfuggirgli. La seconda tragedia, “ sette anni dopo, una domenica, come si fosse trattato di una tetra celebrazione”. È successo qualche tempo dopo l’arrivo in paese di quattro strani personaggi, lo scrittore famoso in cerca di concentrazione per completare il suo romanzo e tre giovani che volevano recitare poesie per strada, davanti ai vecchi riuniti a bere un bicchiere e a giocare a carte. Tra di loro, quella strana donna con la tunica guajra, Inka de la Rosa, quella che una sera ha toccato Antonia mentre le recitava una poesia di Elise Cowen, “Volevo una figa di piacere dorato/ più pura dell’eroina”, quella che le ha sussurrato “quando sarà pronta mi cerchi per farle tutti gli omaggi che merita il suo corpo”, la donna con la quale, all’alba di quella terribile domenica, Antonia ha appuntamento in piazza per abbandonare finalmente il “paese che le aveva disegnato il suo carnefice”, dove ha vissuto incastrata per sette anni; giusto il tempo di prendere la bambina e il suo prezioso quaderno azzurro…

Terzo romanzo tradotto in Italia per lo scrittore venezuelano, autore di racconti, romanzi e testi teatrali Edgar Borges, classe 1966, che dal 2007 vive ormai stabilmente in Spagna, dove la prima edizione di questo che è stato definito il suo lavoro più ambizioso è andata esaurita in poche settimane. La bambina dei salti gli ha meritato, inoltre, grandi lodi da parte della critica spagnola, in aggiunta a numerosi premi e svariati riconoscimenti internazionali. La storia di Antonia, legata ad un marito violento, opprimente, volgare, capace di imporre la routine e scandire il tempo di una piccola comunità del nord della Spagna e una vita di umiliazioni e restrizioni alla sua giovane sposa, è ambientata in un’atmosfera surreale che parrebbe quella di un favola, se non raccontasse invece un incubo – in senso letterale, dall’incumbo latino – in una dimensione magica ma pesante e asfissiante. Ha detto giustamente Paolo De Luca de “la Repubblica” che “Edgar Borges crea uno sfondo fantastico, quasi surreale, degno della migliore letteratura contemporanea latino americana”. Antonia vive in simbiosi con sua figlia, una bambina di poco più di sei anni di cui non sappiamo nient’altro se non che sa leggere gli occhi e i sorrisi tristi di sua madre e che salta invece di camminare perché “per lei il salto rappresentava il miglior strumento di gioco, ma era anche il suo modo di muoversi nella vita”. Ma da nubile Antonia ha avuto dei sogni, ha frequentato artisti e letterati quando studiava filosofia a Madrid; di quel periodo le sono rimasti soltanto i ricordi, nei quali si rifugia come in un incanto, e un quaderno azzurro pieno delle parole che leggeva e ascoltava a quel tempo, salvato a fatica dall’ira del rozzo Dicxon, che le ha distrutto i libri della biblioteca che aveva portato con sé a Santolaya dopo il matrimonio. Perché l’uomo bestia sentiva che la letteratura la teneva lontana da lui, che la rendeva meno debole, e questo era d’ostacolo al suo progetto sistematico di annientamento e umiliazione della donna da ridurre soltanto ad un pezzo di carne da usare nella camera da letto. Santolaya ha anch’essa una dimensione incantata, come sospesa nel tempo e persino nella spazio, sovrapponibile a uno qualunque dei paesini delle Asturie e allo stesso tempo anomalo, con la sua struttura sviluppata stranamente in verticale e non attorno ad un nucleo, ad una piazza centrale, al municipio e alla Chiesa. Tutto è unidimensionale a Santolaya, compreso Dicxon e ognuno dei personaggi che ci vivono; Antonia si è appiattita in questa unidimensionalità, fino a che in paese giungono i quattro elementi anarchici di disturbo, gli artisti (ma chi sono realmente?) giunti a scuotere la piattezza di quel microcosmo asfittico con le loro poesie. Le parole della letteratura dei quattro riportano alla luce l’essenza della donna, il suo eros, in una specie di atto maieutico, ma la libertà si paga a caro prezzo e il finale della storia è crudele, amaro, doloroso. È un libro abbastanza anomalo, questo di Borges, ed è stato definito una metafora del desiderio di liberazione del corpo femminile e una allegoria della morte dell’infanzia. Ma è anche una storia di emancipazione (nonostante tutto) grazie alla letteratura, infarcita com’è di citazioni, soprattutto di versi di poesia Beat, una storia di sottomissione e umiliazione nella quale (nonostante il finale tragico) si celebra il valore salvifico dei libri sulla grettezza e sulla violenza. O più semplicemente potremmo definirla la storia di una donna e dei suoi sogni infranti da un uomo pieno di rabbia o anche una storia di anelito alla libertà, dove i salti sono certo quelli della bambina del titolo ma anche metafora del tentativo di emancipazione di sua madre. Se poi vogliamo attenerci alle parole dell’autore, “è la storia di una donna che vuole fare un salto in un posto dove ha lasciato i suoi sogni”. La bambina dei sogni non è un romanzo facile, va letto lentamente e con attenzione e rispecchia in pieno la personale filosofia della letteratura che Borges ha illustrato con queste parole: “Come scrittore e come lettore non mi interessa una letteratura che convalida la nozione di realtà che conosciamo. […] Per me lo scrittore è un creatore di possibilità, non un trascrittore di ciò che accade. Questo è ruolo giornalistico piuttosto che letterario. […] L’arte invece di rincorrere la realtà, la implode e la trasforma”. Se vi intriga questa maniera di intendere la scrittura leggete questo romanzo e anche voi penserete che Musicaos ha scelto bene il suo primo autore latinoamericano.



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