La bambina ovunque

La bambina ovunque

Sono lontani i tempi del primo incontro di Stefano con quella che diventerà sua moglie. L’epoca dei localini del Pigneto pieni di scrittori in erba e pseudo intellettuali, delle notti passate a chiacchierare e bere è stata sostituita da quella delle prove per diventare genitori. Gli umori, ovviamente, sono diversi e se da una parte la “madre” è in costante aspettativa che qualcosa dimostri che all’interno del suo corpo qualcosa sta accadendo, dall’altra il “padre” è come relegato in una sala d’attesa in cui riflettere sul futuro e sui comportamenti giusti da tenere per non ferirla in alcun modo. La sfumatura sbagliata data ad una domanda, una zuppa di legumi presentata al posto di una pizza: tutto può essere motivo di litigio, anche dopo una rilassante sessione di yoga. Quando si è aspettato tanto, sapere che quel figlio arriverà illumina finalmente le giornate e al centro di tutta quella luce c’è sempre lei: la “madre”. L’uomo perde ogni possibilità di essere protagonista anche di fronte agli occhi dei suoi stessi genitori, che per prima cosa al telefono vogliono conoscere lo stato di salute della persona che li renderà nonni. Di fronte a queste normali dinamiche, lui può decidere in maniera matura e responsabile di capire anche quando non capisce, di mettersi da parte, di osservare, non senza una certa gelosia, quel rapporto dominante tra madre e feto, basato su movimenti, pulsazioni, vibrazioni da codificare che condividono solo loro due. La bambina, in questo caso, è parte integrante solo della madre, ma alla sua nascita sarà in ogni luogo e in ogni parte dei pensieri, trasformandosi in quell’essere totalizzante che, soprattutto nei primi anni di vita, costituirà la realtà quotidiana…

Parafrasando una celebre frase di Forrest Gump, verrebbe da dire che la vita è un pacco da scegliere e non sai mai quello che ti capita. Stefano Gambati apre il suo romanzo semiautobiografico con la nota trasmissione dei pacchi con i concorrenti provenienti dalle venti regioni italiane presentata in passato da Flavio Insinna. Stralci di scelte sbagliate, balletti su musiche improbabili o “gesti apotropaici” del conduttore sono raccontati per tutto il libro, a pari passo con le vicende vissute dalla giovane coppia di genitori. L’inizio non appare, di conseguenza, facilitato da questa decisione che rallenta molto la lettura o la nascita dell’interesse verso questa storia molto personale. La tenerezza la fa da padrona e anche se si intende aggiungere una voce sul mondo della gravidanza dalla prospettiva paterna con un approccio diretto e canzonatorio, rimane preminente il senso generale di garbata dolcezza, che una nascita tanto agognata, non può che suscitare. Negli ultimi anni non sembra più un tabù parlare della “scomoda verità di quando si ha un figlio”: solo recentemente Valerio Mastandrea è diventato virale sulla rete con il suo monologo sulle notti insonni, sulla perdita totale di vita sociale e di qualsivoglia visibilità – il padre, ma anche la madre poi non esistono per il mondo che ha occhi soltanto per il neonato – e su ci si invecchi velocemente dopo il parto. Sia lo scrittore romano che il concittadino attore convengono sulla gioia che un figlio rappresenta e ci ricordano che la famiglia del Mulino Bianco è esistita solo in vecchie pubblicità.



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