La bambina stanca

La bambina stanca

Sessant’anni e diritto alla stanchezza, una vita dedicata ad insegnare “l’intima bellezza” della matematica. Come unica preoccupazione, adesso, soltanto quella di scegliere gli orecchini en pendant con la collana di perle autentiche indossate sul tailleur blu e la camicetta di seta bianca plissettata per il pomeriggio della festa di pensionamento suo e di altri colleghi. Basta un gesto, scostare la tenda della finestra che dà sulla strada; scorgere una carrozzina blu dietro il cancello di casa significa ricordare. Quel “vecchio arnese” malmesso assomiglia alla carrozzina che le aveva regalato suo padre e che da piccola trascinava in giardino, ma soprattutto le ricorda qualcosa d’altro, “Io non ho voluto figli perché ho non perduto la memoria di me bambina”. Non c’è nessuna innocenza in quella memoria, “Gli adulti non immaginano di cosa sono capaci i bambini. Sono troppo pigri per farlo. So di cosa parlo”… Donata ha nove anni e un segreto. “Ha della rabbia in corpo. Non sa crearsi delle amicizie. Non è diplomatica”, dice di lei Clara, sua madre, all’assistente sociale mentre cerca di convincerla a far partecipare la bambina alla colonia marina. Ma Donata non vuole andarci perché non può lasciare il giardino. È per via di quel segreto che non può raccontare a nessuno, nemmeno a sua madre; ma in colonia deve andarci perché ha bisogno di iodio. Prima di salire sul treno, Donata di rifiuta di salutare sua madre, che per farla partire le ha anche tagliato i capelli, e scorge due compagne di classe, le odiose gemelle Vegetti che già la guardano ridacchiando minacciose. Dal finestrino Donata osserva i palazzi e le case che sfilano veloci e dice: “ Non dovevo abbandonare il giardino. Ora mi accadrà una cosa brutta”… “Marika non capiva perché le persone non facessero caso alle meraviglie che avevano sotto gli occhi”. Lei pensa che sia una cosa che capita agli adulti ed è per questo che ha paura di crescere. Non capisce le sorelle più grandi che litigano parlando dei protagonisti dei loro fotoromanzi e passano il tempo a laccarsi le unghie; non capisce nemmeno le acide signore eleganti che fanno la spesa alla cooperativa e la guardano male. Nonostante le compagne di scuola la prendano in giro per le sue scarpe rotte, nella sua vita ci sono anche cose belle, invece, come il fratellino Rudi che è la sua ombra. Per lui, appoggiato al suo piccolo petto, quella “mamma bambina” inventa favole bellissime di fate, quelle che un giorno arriveranno ad aiutare loro due e la mamma che così non dovrà più lavorare per quella odiosa della signora Winterthur. Allora finalmente vivranno in una villa con le stanze da letto dipinte di rosa pallido, come le cime delle montagne d’inverno. Una sera la mamma torna dal lavoro, stanca come sempre, e porta a Marika un cappottino bellissimo scartato dalla figlia della signora a causa di una macchiolina quasi invisibile. Ma in cambio la bambina dovrà prendersi cura della neonata, l’altra figlia della signora che durante le feste di Natale sarà impegnata a dare feste e a intrattenere i suoi ospiti…

Se appena si conosce Robert Walser – lo scrittore elvetico dei microgrammi che scriveva a matita per non lasciare traccia, apprezzato, tra gli altri, da Hermann Hesse, Stefan Zweig e Musil – si capisce meglio la scrittura di Renata Adamo, appassionata studiosa de “il più celato degli scrittori”, come lo ha definito Elias Canetti, in onore del quale lei ha organizzato anche importanti convegni letterari. Da Walser la scrittrice e traduttrice meranese trapiantata a Bologna sembra aver mutuato un certo gusto visionario e onirico, eppure allo stesso tempo asciutto ed essenziale. Negli otto racconti di questa antologia l’attenzione è concentrata su un tema unico, declinato tra sfumature ora più lievi ora più inquietanti ma comunque di tonalità dark moderna o, meglio, senza tempo. Si tratta di figure femminili colte nell’età più verde, bambine o adolescenti ritratte in maniera assolutamente inconsueta, fuori da ogni stereotipo o modello, alle prese con emozioni vivide ma anche violente e impetuose. Le protagoniste di queste storie, infatti, - quasi tutte di sapore al limite del gotico – se conservano l’innocenza della loro età è soltanto per rimarcarne la spietatezza ed esprimere la lucida logica quasi primitiva di quella stagione ancora ferma a un passo soltanto dai limiti, dalle convenzioni, deale sovrastrutture del mondo adulto. E così si ritrovano a fare i conti con i loro modelli mutuati da fiabe, con i loro desideri che parlano il linguaggio delle fate, con una bellezza che può appartenere soltanto alle protagoniste delle favole e che quindi nel mondo reale provoca soltanto dolore. Ognuna di queste storie segna dunque, in modi diversi, un momento in cui l’innocenza dell’età si scontra con la realtà della vita, dell’adultità, della spietatezza dell’essere diventati grandi. E accade in tutte queste favole per adulti, compresa l’unica nella quale protagonisti sono un uomo e un cane, l’unica, forse, che conosce una dimensione consolatoria tanto da concludersi con parole leggiadre “ […] il profumo della primavera che quell’anno non sarebbe tardata ad arrivare”, lì dove, invece, quella certo più nera in assoluto è quella che dà il titolo alla raccolta e lascia il lettore spiazzato e persino angosciato. Nemmeno l’ultima storia - una rivisitazione della fiaba popolare classica di Rosaspina attraverso modelli, simbolismi, archetipi e paradigmi mutuati dal ricchissimo patrimonio favolistico trasversale a culture e tradizioni - riesce a rassicurare, nonostante finisca “bene” , perché comunque parla del tramonto di un mondo. Ecco che allora il denominatore comune in questa piccola antologia sembra essere un senso di precarietà, di fine imminente, di brusca conclusione che coincide sempre con la fine, come si è detto, dell’innocenza, dell’infanzia, quasi che in tutte le storie ci sia in fondo una “bambina stanca” destinata a scomparire più o meno tragicamente. In questa bella lettura a colpire particolarmente è la scrittura, minimalista ma tesa e preziosa, asciutta forse anche grazie alle origine dell’autrice, essenziale e puntuta come le emozioni che racconta. Il primo di questi racconti, Oltre la soglia, è stato già pubblicato in un blog nel 2008 e Regina Maharaba ha vinto il Premio Andersen nel 2009 per la più bella fiaba inedita. Un esordio, quindi, che non è propriamente un vero esordio e che, si spera, abbia presto un seguito.



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