La banda Tevere

La banda Tevere

Mauro Urbani detto “Tevere” è uscito da Rebibbia. Non è la prima volta che passa un po’ di tempo in carcere. Ma di certo è la più stupida: si è fatto cinque anni per evasione dai domiciliari, tutto per colpa della sua voglia di fumare e della voglia di litigare di un tabaccaio. Eccoci qua. A più di cinquant’anni Tevere calca di nuovo i marciapiedi della sua Roma. Trascinandosi dietro un trolley pesantissimo in cui si è nascosto un suo compagno di galera scarcerato assieme a lui, uno che ha paura che ci sia qualcuno ad aspettarlo all’uscita di Rebibbia e non per fargli i complimenti. E in effetti una macchina con dei tipi dall’aria minacciosa c’è, all’angolo. Tevere porta il trolley nel bagno di un bar, fa uscire il tipo dalla valigia, accetta 20 euro in cambio del “passaggio”. Ora sì che è davvero libero. Pochi giorni dopo, Tevere già lavora in una cooperativa sociale che si occupa di pulizia di giardini assieme a trucidi e disgraziati. Dalle parti di Valle Giulia si imbatte in un cane fuggito da un rifugio lì vicino: un meticcio sgraziato, capoccione, con le zampe tozze e corte e il pelo nero, sporco e puzzolente. Tra i due è subito amore: Tevere si porta il cane a casa, a Tor de’ Schiavi, in una “casupola fatta di avanzi di tufo e foratini”. La sua borgata, il quartiere in cui è cresciuto. Un posto che però lui non riconosce più, pieno di Compro oro, Doner kebab, fruttivendoli stranieri con tutto a 0,99 € al kg, videoslot. Un posto da cui nemmeno vuole farsi riconoscere: nessuno deve “accorgersi di come s’era ridotto, con le mani zozze e gli occhi gonfi, lui che su quelle strade ci aveva sfrecciato con la sua Fiat Dino e poi con l’Alfa Spider”. Ma il passato ritorna, e ha la faccia da stronzo dell’Ispettore capo Marco D’Amato, il poliziotto che l’ha mandato in galera per primo, quando era pischello. D’Amato ci crede poco alla nuova vita di Tevere, dice che lo terrà d’occhio. Eppure Tevere almeno per oggi davvero riga dritto, davvero pensa solo a cucinare - è un gran cuoco, specializzato in piatti della tradizione romanesca: stasera viene a cena sua figlia Monya e lui vuole fare bella figura…

Il solito romanzo sui gangster romani? Niente affatto, per fortuna. Il giornalista Yari Selvetella - autore nel 2005 con Cristiano Armati del seminale e fortunatissimo Roma criminale - non è interessato ad esercitarsi da ennesimo epigono di Giancarlo De Cataldo, quanto piuttosto a fotografare il doloroso scontro tra passato e presente sullo sfondo di una realtà come quella delle borgate romane “al tempo della crisi”, colorato e degradato patchwork di etnie che non si mescolano mai ma si limitano a (mal) tollerarsi a vicenda. Simbolo e catalizzatore di questo scontro è proprio Tevere, l’antieroe di Selvetella, un rapinatore nostalgico, reduce amareggiato e sconfitto ma senza mai perdere la dignità e – in fondo – nemmeno il sorriso. Un ronin pastasciuttaro braccato eppure ineffabile, che usa il buonsenso e la cucina come ancora di salvezza, per non cedere alla disperazione anche quando viene incastrato in un gioco mortale. La banda Tevere non rinuncia mai all’ironia ed è privo di qualsiasi compiacimento “coatto”, a tratti ricorda persino la commedia italiana o il poliziottesco anni ’70. Un noir popolare. Nel senso di popolo.



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