La barriera

La barriera
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Mercy Taylor è una briosa ventenne nata e cresciuta a Savannah, pecora nera di una delle famiglie di streghe più temute della città, essendo l’unico membro da generazioni totalmente incapace di esercitare la magia. Privilegio che è invece toccato alla sua gemella Maisie, venuta al mondo poco prima di lei e da sempre nipote prediletta della zia Ginny, donna dura e dispotica che si è presa cura delle due ragazze quando sua sorella Emily morì nel darle alla luce. Tutti sanno che prima o poi Maisie subentrerà a Ginny nel ruolo di Ancora a sostegno della Barriera (la rete di energia innalzata secoli prima dalle streghe per impedire a demoni e spiriti maligni di penetrare nel mondo reale e tiranneggiare gli uomini) mentre l’esistenza di Mercy trascorre da sempre su binari normali tra scuola, amici e il suo lavoro come guida del “Tour del Bugiardo” che quel giorno, durante la tappa al Colonial Cemetery, si imbatte in Madre Jilo, una vecchia e pericolosa tiranna dalla pelle scura che pratica l’Hoodoo, la cosiddetta “magia delle radici”, utilizzata maggiormente per ottenere l’amore di qualcuno o provocarne la morte. Madre Jilo fa paura, ma è anche l’unico appiglio di Mercy per ottenere un incantesimo d’amore: purtroppo si è invaghita di Jackson, promesso sposo di Maisie, e vorrebbe dirottare questo suo bruciante desiderio verso Peter, il suo migliore amico innamorato di lei già da molto tempo. Nessuno dei suoi familiari accetterebbe di praticare quel tipo di incantesimo su di lei, così Mercy decide di far visita a Jilo di nascosto: sa bene che tra sua zia Ginny e la vecchia non scorre buon sangue…

Nato e cresciuto nel sud degli Stati Uniti (tra Tennessee, Georgia e Alabama), J.D. Horn comincia a scrivere all’età di diciassette anni, ma è solo al compimento dei trenta che decide di diventare romanziere a tempo pieno, abbandonando il suo impiego come analista finanziario. Questo è il suo libro d’esordio, primo volume di una trilogia intitolata Le streghe di Savannah e considerato dallo stesso autore come una vera e propria dichiarazione d’amore nei confronti dell’affascinante città della Georgia. Savannah è stata un’ossessione per Horn fin dai primi anni ’80, quando ha cominciato a scoprirne il lato soprannaturale attraverso la lettura di alcuni testi - Savannah Spectres (1984) di Margaret Wayt Debolt in testa - poi, in occasione della stesura del suo libro, sono cominciate le ricerche sul campo: l’autore partecipa a tutti i tour turistici e si muove alla scoperta dei luoghi più inquietanti; ammette di aver passato addirittura un’intera giornata sotto la pioggia battente nel tentativo di scovare una vecchia polveriera nell’area di Ogeechee Road, menzionata in alcuni quotidiani locali ma della quale la maggior parte dei cittadini sembrava ignorare misteriosamente l’esistenza. Così è svanita l’idea iniziale di creare un’ambientazione fittizia per il suo horror/fantasy, nella ferma convinzione che le vicende narrate non avrebbero avuto lo stesso sapore se collocate lontano da Savannah. L’elemento soprannaturale affascina, certo, ma in fondo è l’elemento umano a fare da motore a tutta la storia: gelosia, tradimento, menzogna, brama di potere, tutto si mescola alla magia e alla superstizione nel dare vita ad una sorta di intrigante saga familiare, che affonda le sue radici in un passato doloroso e a tratti torbido con il quale la protagonista sarà costretta a confrontarsi.



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