La battaglia sulla Montagna di Dio

La battaglia sulla Montagna di Dio

Milano, 1898. Elio Dossi è appena uscito dalla casa della sua fidanzata Carolina. È turbato perché il padre di lei, l’avvocato Radaelli, gli appena detto che non vede di buon occhio la loro relazione. Il motivo è semplice: nonostante Elio sia una persona a modo, la sua futura carriera non prevede una sufficiente base economica per una famiglia adatta allo stile di vita della ragazza. L’Italia sta infatti diventando una grande potenza, il nuovo secolo è alle porte e ci sarà bisogno di ingegneri, di uomini pronti ad investire i propri risparmi, mentre lui è solo uno studioso di Storia Orientale. Così, immerso nei propri pensieri, si ritrova a vagare per la città, quando vede un uomo correre, il volto pieno di sangue, ed accasciarsi sul marciapiede. Ma soccorrerlo si rivela subito un errore: l’uomo era un sovversivo coinvolto nei moti operai ed era inseguito dai gendarmi. Elio viene arrestato e portato al commissariato e, se non fosse per l’intercessione di suo cugino, il Conte Gandolfo Dossi di Mediglia, ci rimarrebbe a lungo. Ma adesso è stato schedato come sovversivo e non gli resta altro da fare che partire, passare del tempo fuori l’Italia, a Lugano. Qui incontra tre americani – i fratelli Chris e Darlene Warren, e Frank Adams – ai quali si aggrega per un viaggio a Zermatt, dove il nuovo gruppo fa la conoscenza del francese Jean Gardel e soprattutto dell’aristocratico inglese sir Cedric Barret e sua moglie lady Ann, in partenza alla volta dell’Anatolia per raggiungere il monte Ararat. Una spedizione archeologica per trovare l’arca di Noè: un’impresa difficile che anche Elio e i suoi nuovi amici decidono di affrontare. Così, giunti a Costantinopoli, si mettono tutti in viaggio verso il confine orientale dell’Impero Ottomano, assistendo al sistematico massacro del popolo armeno messo in atto da spietate bande musulmane protette dagli hamidiani del sultano Abdul Hamid…

A cavallo tra il 1915 e il 1916 avvenne quello che la storia ricorda come il genocidio armeno: un milione e mezzo di vittime provocate dal jihād proclamato dal sultano Maometto V. In realtà la mattanza ebbe inizio circa vent’anni prima, all’alba del Novecento, durante il periodo conosciuto come “massacri hamidiani”, in cui i cristiani e gli armeni che abitavano nei confini dell’Impero Ottomano vennero perseguitati e trucidati senza pietà. Con La battaglia sulla Montagna di Dio Giulio Castelli, scrittore e giornalista romano, apre una finestra su quegli eventi tragici che videro la sofferenza di un popolo discriminato, vittima del potere e del sopruso. Attraverso il racconto dei fatti in prima persona di Elio Dossi, cugino del nonno dell’autore e testimone diretto di ciò che viene raccontato nel romanzo, Castelli costruisce una biografia romanzata che alterna verità storica e finzione, dando vita ad un’opera corale i cui protagonisti, europei in cerca di avventura e con qualcosa da nascondere, vengono immersi in una realtà degradante, dolorosa, spaventosa. Così, le esistenze di ogni singolo personaggio s’intrecciano al triste destino del popolo armeno, alla sua silenziosa sofferenza che anticipa di qualche anno l’Olocausto degli ebrei, avvenuto in quel Novecento visto come l’inizio di una nuova era, la culla della modernità, macchiata dalla cieca violenza dell’uomo. La bellezza della scrittura di Castelli risiede nell’uso di un linguaggio prettamente ottocentesco che impreziosisce una narrazione le cui basi si fondano su una rigorosa documentazione storica; nelle descrizioni geografiche di un luogo al contempo affascinante, esotico e ricco di contraddizioni; nel dosare avventura, sentimenti, antropologia e intrighi politici. Nel raccontare le atrocità subite dagli armeni, sulle quali spesso e volentieri è stata calata una colpevole e inspiegabile coltre di silenzio e indifferenza.



 

 

 

 
 
 
 

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