La bella estate

La bella estate
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Il sabato è la serata migliore per le giovani ragazze di Torino. Si può andare a ballare e al mattino dopo non si deve lavorare. Ciononostante, tutte le serate sono entusiasmanti come il sabato per chi sente in seno la voglia di scoperte, il desiderio di esperienze e la vitalità della giovinezza: “A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, e magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline”. Tra le ragazze, Ginia è così piena di vita che, anche quando i suoi pensieri si velano di tristezza, non fa che continuare a parlare e parlare “finché non ha più nulla da dire”, e nessuno si accorge di niente. Vive insieme al fratello Severino, Ginia, il quale però lavora di notte e i due non si incontrano mai. Ginia fa una vita indipendente e libera. Ha sedici anni ma vive “come una donna”: “una forza tremenda è in noi, la libertà. Si può toccare ’innocenza. Si è disposti a soffrire”…

Scritto nel 1940 e pubblicato nel 1949, a un anno dalla morte di Pavese, questo breve racconto ambientato a Torino esce come parte di una trilogia dal titolo omonimo (seguito da Il diavolo sulle colline e Tre donne sole, scritti però molto tempo dopo). Il testo fa dunque parte della prima produzione di Pavese e, nella trilogia, serve da introduzione alla complessità successiva dei temi affrontati, la quale sfocerà ne La luna e i falò. La protagonista della narrazione è Ginia, una giovane ragazza esuberante che percepisce la “festa”, quasi mitologicamente, come onnipresente: “Qualche volta pensava che quell’estate non sarebbe finita più, e insieme che bisognava far presto a godersela perché, cambiando la stagione, qualcosa doveva succedere”. Cerca dunque il divertimento e vuole diventare adulta ed emancipata. Incontra così Amalia, una ventenne disinibita che posa nuda per dei pittori e che la introduce al mondo bohémien torinese. Tramite Amalia, entra in contatto con il corrotto pittore Guido, di cui si infatua. Dopo varie vicende, anche Ginia decide di posare nuda per lui, superando tutte le sue inibizioni e paure, smaniosa com’è di fare quel grande passo verso la libertà e l’uscita dalle convenzioni. Guido sarà anche la sua iniziazione sessuale ma, complice uno strano scherzo di cattivo gusto, Ginia andrà solo a scoprire un forte disincanto, tipico degli adolescenti che, dopo aver idealizzato amore e sesso e libertà, vanno a cozzare con una realtà ben diversa da quella che avevano costruito nelle loro menti. Il romanzo ‒ di stampo “naturalista” come ebbe a dire lo stesso Pavese, ma che a tratti diventa impressionista grazie alla sua maestria stilistica e narrativa ‒ è tutto incentrato sulla perdita dell’innocenza, la cui controparte simbolica è data dalla fine dell’estate o, meglio, dalla fine della “bella estate”, dalla fine della bellezza stessa dell’estate, la quale non è altro che la fine, eterna, dell’incanto giovanile. Le stagioni a venire, infatti, non saranno più le stesse per Ginia. Il personaggio diviene dunque incarnazione dell’essere umano alle prese con l’esperienza esistenziale della disillusione e di quel senso di fine asfissiante che tornerà poi, prepotente e opprimente, negli scritti successivi. Se, all’inizio, per le ragazze “dormire era una stupidaggine e rubava tempo all’allegria”, alla fine le cose sembrano rovesciate, e spegnere il cervello diventa quasi una necessità (evidente nel ruolo passivo che Ginia assume nel finale). L’ingresso nel mondo adulto corrisponde così all’ingresso in un mondo di solitudini: “Quando fu sola nella neve le parve d’essere ancor nuda. Tutte le strade erano vuote, e non sapeva dove andare […] Si divertiva a pensare che l’estate che aveva sperato, non sarebbe venuta mai più, perché adesso era sola e non avrebbe mai più parlato a nessuno ma lavorato tutto il giorno, e così la signora Bice sarebbe stata contenta”.



 

 

 
 
 
 

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