La bella stanza è vuota

La bella stanza è vuota
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Un diciassettenne americano all’ultimo anno di college è alle prese con la propria identità sessuale, ma non solo. Siamo negli Stati Uniti alla fine degli anni cinquanta, quando un giovane curioso e intelligente poteva certo cogliere degli stimoli perfino nella sonnolenta e conservatrice realtà del Midwest. Nel college le persone più interessanti sono gli studenti di arte, abbastanza anticonformisti e bohemien da affascinare un timido studente appassionato di letteratura classica. È in quel gruppo di pittori e scultori, tra il fumo delle sigarette e il jazz di Thelonious Monk, che il protagonista incontra Maria, la donna con cui rimarrà amico per tutta la vita, l’amica a cui confida di essere omosessuale e di essere in cura da uno psichiatra pagato dai genitori. In attesa della “guarigione” il ragazzo sperimenta al college le prime esperienze sessuali, ma sarà a New York, dove si trasferirà per gli studi universitari, che la sua natura verrà pienamente alla luce grazie all’incontro con compagni che gli insegnano a sentirsi parte di una comunità. Non a caso il romanzo si conclude con la rivolta di Stonewall, il locale gay da cui presero avvio le lotte per l’emancipazione del movimento omosessuale…

Edmund White è stato capace di fare della sua vita uno straordinario romanzo. La bella stanza è vuota è il secondo volume di una tetralogia che, come tutti i grandi libri, non racconta solo una biografia ma anche i tratti più rappresentativi di un’epoca e i cambiamenti sociali di un Paese. A ciò vanno aggiunti lo strabiliante talento narrativo di White, la sua ironia, il suo saper alternare la spigliatezza sfrontata con cui racconta le proprie ossessioni erotiche, alla profondità filosofica con cui indaga quella fase gloriosa e irripetibile di ogni essere umano che è la giovinezza. Non si può non avvertire la totale sincerità con la quale l’autore, oggi settantaquattrenne, consegna al lettore la propria vita. Del resto è stato lui stesso a dichiarare: “Fin dall’inizio ho avuto la convinzione quasi religiosa che la scrittura fosse un modo elevato di dire la verità”. Da rilevare infine la perfetta traduzione dall’inglese di Fabio Viola.



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