La bicicletta di Leonardo

La bicicletta di Leonardo

Lo scrittore José Daniel Fierro si è rotto una gamba. Chiuso tutto il giorno in casa, nell’afoso caldo messicano, non trova di meglio da fare che guardare, inizialmente con aria distratta, le partite dei basket femminile statunitense di serie B. Di fatto, a Fierro dei tiri da tre e della difesa a zona non importa un accidenti. Piuttosto, si appassiona alle partite delle Texas Longhorns, di base a El Paso, Texas ed in particolare ai culi ed ai movimenti procaci delle giocatrici. Col volume a zero, allora, trova il suo passatempo migliore: fare la telecronaca delle partite in chiave porno. Un lussurioso, insomma, che trangugia panini e birra Tecate. Il nuovo hobby lo esalta, ma lo schizza definitivamente in orbita quando dalla panchina entra Karin, bellezza sfacciata e sfrontata, ingiustamente sottovalutata, che agli occhi di José Daniel Fierro si trasforma in una tigre, l’eroina della palla a spicchi, la regina degli ancheggiamenti. Ad ogni partita non aspetta altro che Karin entri nell’agone. Fino a che Karin non scompare. Non è in campo, non è in panchina. Succede per una, due, tre partite. José Daniel Fierro è sfibrato dai dubbi, dalle domande. Il suo fiuto da scrittore di polizieschi gli fa subodorare una storia losca, torbida; gli fa costruire castelli mentali. Deve trovare Karin, andare con la sua gamba rotta negli USA sulle tracce della ragazza. Nel mezzo di questo tourbillon, la storia di un anarchico spagnolo nella Barcellona schizoide del 1920 e la storia fibrillante dei bozzetti del genio Leonardo da Vinci, soprattutto quello in cui compare un attrezzo grezzo, dozzinale, con un corpo intagliato e una grossa ruota sul davanti. Qualcosa che assomiglia ad un mezzo “inventato” 400 anni dopo, anno più anno meno. Una bicicletta, pare. Sì, ma la bicicletta, Leonardo, le peripezie per rimettere insieme gli schizzi delle sue creazioni con José Daniel Fierro che arriva negli Stati Uniti a cercare la sua giocatrice di basket perduta, che cosa c’entrano?

In questa storia assurda, Paco Ignacio Taibo II mette in gioco tutta la sua inventiva e la sua verve oltre ad incoronare regina la regola fondamentale della scrittura creativa: la celebrazione del mistero, quella cosa che ci fa dire “Non so dove vado, ma ci vado comunque”. Ecco, tant’è. Dalle invenzioni geniali di Leonardo al narcotraffico, dall’abbozzo grossolano della bicicletta al traffico illegale di organi. Sembrerebbe una trama allucinata, invece è l’esaltazione di un gusto: quello per il gioco. Lo dice lui stesso di aver tirato fuori da un armadio le storie che più gli piacevano e di averle messe insieme fino a che, da rette parallele, sono riuscite a convergere verso una trama organica. È così che si scrive? Chi lo sa. Paco ci riesce, con una buona dote di anarchismo e menefreghismo degli schemi e delle regole auree sventolate dai guru della scrittura creativa. Così, trascinato dalla sua stessa allucinazione fa fare al lettore salti che nemmeno Nureyev. Gli piace questa formula del romanzo fiume, laddove per fiume non intende una storia alla Conte di Montecristo, ma una che diventa tale grazie al contributo di tante piccole storie minori. Può infastidire ribaltarsi da una scena all’altra, essere sballottati da una trama ipercinetica e schizofrenica, ma di certo non si ha il tempo per annoiarsi. José Daniel Fierro è il miglior amico di Paco, il miglior ispiratore delle sue storie. Con la sua crisi perpetua di scrittore in realtà è il prototipo morale di chi da ogni fallimento riesce a spremere fuori il succo per una nuova esilarante avventura.

LEGGI L’INTERVISTA A PACO IGNACIO TAIBO II


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