La botta in testa

La botta in testa

Si sveglia in uno scompartimento. Non conosce la destinazione del treno. Deve ricordare chi è. Ha conati di vomito e una emicrania spaventosa. Ma con grande sforzo la memoria torna. Come un flusso di coscienza. Si chiama Tiberio Mitri. È partito da Bologna e diretto a Roma, probabilmente sfuggendo da qualcosa e sicuramente dopo aver perso pesantemente un combattimento. Perché è stato un grande pugile, negli anni cinquanta è arrivato a boxare nel tempio mitico del Madison Square Garden, a New York, contro l’imbattibile campione mondiale Jack La Motta, forte del contratto firmato con il potente clan mafioso che gestiva l’imponente massa di gioco di scommesse sui match. Tutto riaffiora. L’infanzia travagliata e povera, la militanza con i repubblichini di Salò, i mille lavori disparati, i primi pugni, le prime vittorie, le donne, il successo. Ma ora bisogna capire come mai si trova imbarcato in questo viaggio, malconcio e scansato dagli altri viaggiatori, con un vago di senso di nausea e di rabbia verso tutto e tutti e la sensazione che le donne ‒ o forse una in particolare ‒ hanno recitato una parte fondamentale nella sua vita, anche perché piano piano prende atto di essere stato un’icona, un campione ambito e ammirato, forte e bello. Ma la vita del combattente dipende anche dall’avversario che ti trovi di fronte…

Dalle stelle alle stalle, vivendo pericolosamente. O semplicemente la vita di un uomo che ha bruciato le tappe, ha sfidato le convenzioni, ha toccato il cielo come un dito e che poi purtroppo ha fatto la fine di Icaro: le ali erano di cera ed il sole può bruciarle. Questa la parabola di Tiberio Mitri, in questa autobiografia che si ferma al 1957 quando lui muore nel 2001, edita a suo nome ma da lui mai scritta. Come infatti si legge nella dettagliata postfazione a cura di Dario Biagi, il libro ebbe diverse vicissitudini e a quanto pare è da attribuire a per un terzo Bruno Modugno e per la restante parte a Gian Carlo Fusco, sceneggiatore, giornalista ed quant’altro, sulla base di una decina di interviste rilasciate dal pugile. Eccentrico lo stile del primo, a metà tra il parlato e il flusso di coscienza, più composito ma non per questo più blando quello del secondo autore. Perché indubbiamente il libro stilisticamente è diviso in due parti. Ma risulta comunque avvincente, anche perché sullo sfondo c’è tutta quella Italia povera e derelitta che ha passato la Seconda guerra mondiale e poi di colpo è stata catapultata nei tumultuosi anni successivi sino ad arrivare al boom economico cercando di copiare (male e senza le stesse risorse) la grande madre statunitense. Un’autobiografia per certi versi avvincente, che riesce nel suo intento. Raccontare, divertire, commuovere, irritare senza mai annoiare.



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