La briganta

La briganta

In carcere da vent’anni, Margherita rievoca la sua vita, mentre allo stesso tempo si interroga sui motivi che spingono una persona che non ha speranza di ritornare in libertà a mantenere in vita il proprio corpo, a trascinarsi lungo la serie infinita di giorni sempre uguali che le si distende dinanzi. Grazie alla compassione di uno studioso venuto ad intervistarla, è riuscita ad ottenere carta inchiostro e penna perché ripercorrere la sua storia. La sua memoria rivisita il passato come se fosse un palazzo, correndo dapprima confusamente di stanza in stanza e facendosi poi sempre più metodica. Percorre invece a passi affrettati quelle con i ricordi più amari, relativi a suo padre, un ricco borghese che la considerava un’ammaliante esca per attrarre capitale fresco al blasone ormai impoverito del loro lignaggio, a suo marito Ferdinando, un uomo gretto, che in un solo anno di matrimonio le prosciuga l’anima, le annichilisce l’arbitrio fino a renderla acquiescente a qualsiasi sopruso a cominciare dal rogo dei suoi libri e la cui presenza si fa talmente greve, oppressiva, da renderle impossibile respirare; poi attraversa l’ultima porta, quella che la chiuderà per sempre fuori dal mondo:l’arresto, il processo, il bagno penale. Si sofferma nelle stanze che serbano le memorie più dolci come l’amato fratello Cosimo che l’ha ispirata sin da bambina, che l’ha rispettata senza mai coartarne la natura, la madre illuminata che l’ha istruita ben oltre quelle che erano considerate le necessità di una donna del suo tempo, l’ubriacatura della libertà nei pochi mesi trascorsi con la banda di Carmine Spaziante…

Nonostante Maria Rosa Cutrufelli dichiari di aver setacciato archivi e spulciato documenti storici, ha scelto di raccontare una delle pagine più dolorose della storia d’Italia attraverso una figura astorica, che per sua stessa ammissione fino alla fuga dal suo palazzo dorato ha poca coscienza degli eventi esterni: la dittatura garibaldina, la repressione violenta dell’esercito invasore che soffoca nel sangue le promesse del manipolo di “liberatori” che hanno ricacciato il re Francesco a Gaeta, i Comitati a supporto della causa borbonica, la resistenza civile dei cafoni e degli ufficiali del dismesso esercito del Regno delle Due Sicilie. La notte in cui fugge nei boschi che Cosimo le aveva insegnato a conoscere sin da bambina e, accolta in una masseria che ospita la banda di Carmine Speziante, finisce in un mondo di cui nemmeno immaginava l’esistenza. Un mondo non incantato come quello di Alice, ma ugualmente sotterraneo, senza riferimenti geografici, senza dati storici, senza toponimi, popolato da uomini che l’autrice sceglie quasi sempre di lasciare anonimi ‒ forse per accentuare il carattere romanzesco della storia ‒ e da donne che hanno una funzione specifica in un microcosmo che per sopravvivere ha bisogno dell’uguale apporto da parte di tutti i suoi componenti, tra le quali giganteggia La Bizzarra, unica della banda a non essere “donna di brigante ma Briganta!”. Tutti i personaggi sono piatti, monodimensionali, faticano ad emergere dalle nebbie della trama costruita da una fragile, a tratti inconsistente impalcatura che l’autrice preferisce introspettiva piuttosto che storico-prospettica. La guerra di conquista del Sud da parte dell’esercito sabaudo e la ricostruzione che ne è stata fatta da parte di una storiografia nazionalista spesso implacabilmente e scientemente manipolatrice di fatti storici è una pagina dolorosa della nostra storia recente. Solo da pochi anni la verità sugli uomini e le donne che hanno resistito e lottato contro i soprusi, le violenze, la sistematica spoliazione di diritti e proprietà, relegata per oltre un secolo alla tradizione orale, alla ballate e ai canti folkloristici ha cominciato ad avere diritto di cittadinanza nei libri di Storia. Aver scelto di raccontare l’ennesima storia romanzata, anche se in toni romantici e non negativi, non aiuta la causa della ricostruzione storica che è lungi dall’essere stata completata. La scelta dell’autrice di raccontare la Storia attraverso le riflessioni di una donna patrizia incapace di guardare oltre l’ombelico della conquista di sé, riflessioni che si avvitano su se stesse, rese in tono monotono, infiorettate da iperboli e traboccanti di un’aggettivazione che vuole richiamare lo stile narrativo ottocentesco senza averne la freschezza, non rende un gran servigio né alla causa della Storia, né tanto meno a quella della Letteratura.



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