La campana di vetro

La campana di vetro
Estate 1953. La madre di Esther è diretta, quasi rude: «Tanto vale che te lo dica subito. Non sei stata ammessa al corso di scrittura». Per la figlia – brillante studentessa diciannovenne che ha appena concluso un mese di praticantato per una nota rivista di New York – la notizia ha l'effetto di un baratro che all'improvviso si apre sotto i piedi e inghiotte ogni cosa, senza lasciar alcuna possibilità di difesa. È sempre stata brava in tutto Esther, ha vinto una borsa di studio per il college e ha collezionato un successo dopo l'altro; ma ora davanti a lei non c'è altro che un «torbido abisso». Fuori dalla finestra della sua stanza vede passare Dodo Conway: ha un «pancione grottesco» e sei figli magri e pallidi al seguito. A Esther i bambini fanno orrore, vorrebbe trascorrere la vita studiando, leggendo, scrivendo e lavorando: niente marmocchi, niente matrimoni. Solo qualche giorno fa era una delle ragazze più invidiate d'America e oggi, invece, le è si è appiccicata addosso una gran smania di morire: nella borsetta ha infilato un rasoio, ma non l'ha usato; si è tuffata nel mare e ha provato a trattenere il fiato, ma non abbastanza a lungo. Un giorno ha scritto su un biglietto «vado a fare una lunga passeggiata», è scesa in cantina con un bicchiere in una mano e un flacone di tranquillanti nell'altra. L'hanno trovata qualche giorno dopo sporca di vomito, avvolta in una coperta, nascosta dietro a una catasta di legna. La scrittrice Philomena Guinea ha sentito parlare di lei e ha deciso di portarla in una clinica privata: là potranno curarla, ci sono ottimi medici e  nessuno le farà l'elettroshock, o almeno così dicono...      
Scritto nel 1961 e pubblicato in Inghilterra sotto pseudonimo  il 14 gennaio 1963, solo poche settimane prima della morte dell'autrice, La campana di vetro è un romanzo – l'unico di Sylvia Plath –  dal contenuto fortemente autobiografico. La storia di Esther, così simile a quella di Sylvia, è raccontata con una sincerità a dir poco disarmante: ricordi, riflessioni e immagini vivide – «il prato era bianco di dottori» – si fondono sulla pagina per dar vita a una confessione nella quale non mancano aneddoti precisi sia di fatti spiacevoli (un'indigestione, un parto cesario, l'effetto dell'elettroshock) che di vicende più leggere (soprattutto nella prima parte del libro, quando si racconta l'esperienza newyorchese della ragazza). Il racconto del crollo psicologico della protagonista è preparato con cura, la “campana di vetro” scende lentamente su Esther per separarla dal resto del mondo: la Plath sembra scegliere le parole solo dopo averle setacciate con un passino da tè e se alcune lasciano segni che fanno male come antiche cicatrici, altre diventano simboli (le scarpe, i feti sotto formalina, la Cadillac di Mrs Guinea –  nera come un carro funebre). Leggere questo romanzo non è facile e arrivare alla fine costa fatica e rabbia perché per una ragazza degli anni Cinquanta non dovrebbe essere così complicato farsi dare un diaframma e il dottor Gordon non dovrebbe comportarsi in modo così disumano. Più si legge il libro e più cresce la paura di scoprire tra le righe parole e avvenimenti che non si vorrebbero mai trovare; ma alla fine, a ribaltare le previsioni, spunta qualcosa che somiglia a un inaspettato e imprevedibile spiraglio di luce. È una luce che però brucia gli occhi, come se ci si fosse ormai troppo abituati all'oscurità. 

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