La canzone del bambino scomparso

La canzone del bambino scomparso
Provincia a ridosso del Tevere, estate 1974. Vincenzo ha undici anni e un colorato mondo interiore a fargli compagnia. Trascorre le giornate sfogliando le sue riviste preferite che parlano di cantanti, attrici e soubrette sognando di cantare e ballare come loro un giorno, creando fantasiosi abiti di scena ricavati da tende e ritagli di stoffe per esibirsi in solitari spettacoli destinati solo ai suoi sogni. E c’è Boris, quindici anni, bello e forte, che non è infastidito dagli sguardi poco infantili di quello strano ragazzino, ma anzi passa volentieri il suo tempo con lui, difendendolo da chi potrebbe fargli del male, a cominciare dal padre violento di Vincenzo che proprio non lo capisce quel suo figlio così strano e delicato, così diverso dal suo virile provincialismo di campagna fatto di ipocrisie, tradimenti e sesso proibito consumato di nascosto nell’afa del pomeriggio. E c’è anche Susanna, tredicenne milanese frizzante e disinibita, che trascorre le estati a Olivella da sua nonna, passando le giornate con Vincenzo ma anche con Boris: con lei il ragazzo scopre i piaceri del sesso, quasi fossero giochi poco meno che innocenti, durante le passeggiate nei boschi, unica alternativa alla monotonia e alla noia del paesello. Vincenzo talvolta si sente un po’ escluso dalla complicità che lega i due amici più grandi, talvolta un sentimento vago di gelosia vorrebbe reclamare Boris solo per sé. Tuttavia in quella estate assolata e sonnacchiosa  l’amicizia tra i tre ragazzi vive in una specie di magia, quella possibile solo a quell’ età. La tragedia però è vicina e si annuncia con la morte improvvisa  del maestro di Vincenzo, omosessuale e gentile, che si era sforzato di incoraggiare il bambino quando i dubbi e le domande avevano cominciato a far capolino tra le sue ambizioni, i suoi desideri, le strane sensazioni del corpo. Ma ben altro incombe su Olivella e sul sentimento che lega i tre amici: al volgere dell’estate, mentre Susanna si prepara a tornare a Milano, Vincenzo d’improvviso scompare e di lui non si saprà più nulla. Cosa gli è accaduto davvero? E in che modo questo mistero lascerà un segno indelebile nelle vite di Susanna e Boris?...
“Le cose belle si trasformano, originano combinazioni ogni volta diverse, si cercano per creare  nuove conseguenze […]. Le cose brutte, invece, se ne stanno inerti a marcire per sempre, non si dissolvono né si evolvono e rischi di non liberartene mai”. Ecco: delle tante chiavi di lettura  possibili della storia di Giovanni Pannacci, questa potrebbe essere quella più evidente, ovvero la consapevolezza che un segreto, soprattutto un segreto terribile, benché taciuto e tenuto chiuso in un passato caparbiamente dimenticato, è destinato a lasciare cicatrici profonde, in un modo o nell’altro. Questa, dunque, la struttura portante di un bel romanzo in cui però si parla anche di amicizia, di famiglia, di amore, di sesso, di mistero, di ambizioni, di sogni, di politica e tanto altro ancora, senza che alcuno di questi elementi appaia fuori luogo o forzato, ognuno incastonato con perizia narrativa. Sorprendente è poi l’abilità dell’autore di cambiare registro espressivo, linguistico e stilistico adeguandolo ai tre segmenti temporali in cui il racconto è diviso, seguendo le vicende dei protagonisti nell’arco di un ventennio. Sarà poi perché si tratta di un segmento temporale familiare, ma ritrovare e riconoscere riferimenti a fatti legati al sociale, alla politica, al costume, alla televisione, alla musica entro i quali è ben contestualizzata la storia - e l’abilità di raccontarli in sottofondo - rendono la narrazione particolarmente coinvolgente, al di là del plot dalle indubbie sfumature gialle: solo alla fine, infatti, il mistero che attraversa vent’anni trova una soluzione, peraltro in un finale davvero imprevedibile e singolare. Tuttavia, la parte che appare più ispirata, raccontata con semplicità e candore infantile come se fosse il protagonista bambino a narrare in prima persona, è proprio la prima. La dolcezza di Vincenzo, la sua ansia di fuga, il suo anelito di libertà coinvolgono il lettore, al pari delle descrizioni dei paesaggi dipinti con levità a tratti anche lirica, dalle distese dei campi di tabacco al cielo oscurato dalle nubi improvvise dei temporali estivi. Ma anche gli altri due personaggi di questo romanzo, chi per un verso chi per l’altro, conquistano al di là della storia  e restano dentro, come capita a volte. 

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