La canzone del cavaliere

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Sierra Madre. Luglio 1937. Martin-Heinz Douglas Wilhelm Frederick von Bora, molto alto con capelli scuri e occhi verdi, nobile famiglia sassone, diplomatici militari proprietari terrieri, pure editori da un paio di secoli, genitori cugini di primo grado con una differenza d’età di trent’anni, padre direttore d’orchestra morto e madre anglo-scozzese risposatasi con un autorevole generale, compirà 24 anni l’11 novembre ed è stato appena nominato tenente, destinato dai servizi segreti tedeschi (l’Abwehr) a fare la guerra in un esercito non suo, ovvero come volontario nella Legione Straniera Spagnola, a fianco della destra in piena “Guerra civil”. Lungo una mulattiera in Aragona rinviene un cadavere sul ciglio della sterrata, a faccia in giù. Ha un foro di proiettile sulla nuca. Lo gira, scopre un volto sereno di una bellezza meridionale o gitana, una piccola fotografia nel taschino che s’infila in tasca. Tempo dopo nel suo accampamento del ristretto avamposto nazionalista di Rascal Amargo viene a sapere che si tratta del grande poeta Federico Garcia Lorca, veniva dato per morto l’anno prima a Granada, ucciso dai falangisti, invece era da poco capitato da quelle parti fra i civili spagnoli e gli internazionalisti rossi, forse in visita dalla cugina Luisa Cadena, forse per il legame omosessuale con lo scenografo Francisco Paco Soler, forse per un complicato doppiogioco, forse per caso o forse per l’amicizia col 45enne capo (americano) dei rossi Philip Felipe Walton, che recupera il corpo, resta sconvolto, lo seppellisce, indaga. Anche Bora vuole cercare di scoprire l’autore dell’omicidio, gli passano testi di Lorca, li legge studia apprezza, sposta la tomba, capisce che tanti sapevano del poeta; è una vicenda noir all’interno di un dramma storico globale, deve conoscere meglio l’animo umano di alleati e nemici, capi e subalterni, donne e colleghi. Competerà con Walton, pure fisicamente, s’intenderà forse, ricostruendo rispettoso molti fatti, avventurandosi di più in una vita già intensa e spietata…

La bravissima docente universitaria americana Ben Pastor, di gioventù italiana (Maria Verbena Volpi, Roma 1950), pubblicò nel 1999 negli Stati Uniti il primo romanzo della splendida serie di Martin Bora. Bilingue, preferisce scrivere in inglese. Accanto a decine di altri romanzi storici e racconti gialli e a saggi di scienze sociali, da allora ne sono seguiti ben undici della serie, questo è il quarto. La complicata biografia scelta per il ricco severo protagonista consente all’autrice di andare avanti e indietro nei tempi e nei luoghi del secondo conflitto mondiale, dagli antefatti spagnoli (qui) all’evoluzione della Germania nazista, approfondendo con cura storica ecosistemi geografici distanti e contesti sociali differenti. Non a caso per Bora si è parzialmente ispirata all’identità di Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg, il militare tedesco autore dell’attentato del 20 luglio contro Adolf Hitler, la celebre Operazione Valchiria. La narrazione è in terza, alternando i rivali (anche nel rapporto con l’isolata minuta affascinante strega “bruja” Remedios) Walton e Bora, da un certo momento alleati nell’indagine; il protagonista talora anche in prima e corsivo, grazie agli appunti che scrive sul diario in minuto corsivo gotico. Molto interessante appare la descrizione della vita quotidiana dei piccoli gruppi in guerra fra i villaggi montani, lontani dalle battaglie di massa, immersi in ambienti estremi e a contatto con la dura vita quotidiana dei “civili”. Il titolo rende omaggio a un componimento poetico del grande repubblicano Lorca (1898-1936), fucilato nell’agosto 1936 dalla milizia franchista; la destra lo considerava un massone pederasta e il dittatore Franco ne censurò poi le opere (peraltro il corpo non è stato mai trovato). Al bar si beve Horchata, che a Bora piace poco.

 


 

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