La capitale

Fenia Xenopoulou deve rilanciare la Commissione cultura dell’Unione Europea, senza un budget, e quindi senza un vero peso politico all’interno della burocraticissima macchina della politica dell’Unione. Ruba l’idea di Martin Susman che propone di preparare un Jubilee, facendo di Auschwitz la vera capitale morale dell’Europa, perché teatro negativo di quanto di peggio è stato possibile fare dalla civiltà occidentale, ma anche segno di rinascita dell’Europa stessa. Quello è il vero fulcro ideologico, politico, simbolico. Diventa quindi prioritario studiare un modo per portare a Bruxelles tutti i “reduci” dell’Olocausto, un’idea scomoda, perché rischia di far trasformare una disgrazia in una celebrazione rituale. Sulla stessa tavolozza si distendono i ricordi di David de Vriend, uno degli ultimi superstiti del genocidio, costretto quotidianamente a fare i conti con un passato disumano, ma anche le idee fanatiche di estremisti religiosi come Mateusz Oswiecki. Nell’intreccio umano della “capitale” c’è spazio per la ricerca accademica del professor Erhart e per le ultime indagini del presto pensionato commissario Brunfaut. Cosa hanno in comune queste vite? Un maialino che tutti riescono a vedere nello stesso istante mentre corre indisturbato e misteriosamente nelle vie di Bruxelles, nello stupore e nell’indifferenza di tutti. È il presagio di una serie di cambiamenti, soprattutto morali…

Bruxelles, la “capitale” dell’Unione Europea, è la sintesi della burocrazia europea, ma anche il volto dei i mille volti di un’Europa sempre più in crisi di identità, o meglio ancora in corso di mutazione. Il libro è anche una critica al sistema dell’Unione Europea, ai suoi sprechi, ai suoi meccanismi ed alle sue commissioni, a volte troppo lontani dai popoli che vi vivono e che l’alimentano. Le storie si succedono e si snodano fra isterismi e colpi bassi, dal Belgio alla Polonia, fra religioni e ripensamenti, nelle stanze polverose del Palazzo, fino agli alberghi, agli appartamenti anonimi. Non esiste un plot principale, ma neppure una narrazione corale: esiste una storia che può essere vista da diversi punti di osservazione che alla fine confluiscono tutti nell’essere umano, studiato con la lente ironica e satirica di Robert Menasse, scrittore austriaco che mette a nudo le debolezze di un sistema variopinto, di una macchina fine a se stessa. La frammentazione e la simulazione vivono nelle azioni dei personaggi, che seguiamo anche nei loro pensieri, spesso contorti, contrastanti, interrotti. Una grande metafora della vita politica in generale e dell’UE in particolare, una istituzione nata per avvicinare genti diverse per origini, culture ed aspirazioni, ma invece destinata a rappresentare un insieme di individualismi sempre più distanti da una comunità di intenti e di obiettivi. L’Unione rappresentata da Menasse non realizza, infatti, un progresso collettivo, piuttosto è il luogo dove si incontrano le più differenti e contrastanti aspirazioni individuali. Così i personaggi vivono una continua competizione e contrapposizione, che rende i rapporti utilitaristici e superficiali, e le persone sempre più sole. La sintesi è nell’immagine di Fenia Xenopoulou e Kai-Uwe Frigge, della Direzione generale per il Commercio, finiti a letto insieme per interesse e voglia di non essere soli: “Lui simulò il desiderio, lei l’orgasmo. Un’alchimia perfetta”.



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