La carne

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I film porno si guardano dall’inizio alla fine. Questa è una delle poche certezze rimasta a quell’uomo ormai anziano. In quel cinema i più ci vanno per scopare o per prostituirsi, ma lui sta lì per godersi bene le inquadrature del film e fumarsi una sigaretta in pace. I cinema porno sono gli unici dove puoi goderti il film fumando una sigaretta. Anche questa è una certezza. Di certo, un tempo, c’era anche che la gente moriva. Adesso no. Adesso capita che la gente semplicemente si alzi e si metta a cercare carne, preda di una fame costante. Proprio dietro al cinema c’è il deposito comunale: gli infetti, se di infetti si tratta, si trascinano lì per un pezzo di carne. Quando il vecchio aveva dodici anni anche suo padre si è alzato e se è andato in cerca di carne, e forse è ancora lì in fila con gli altri. Ad accudire l’uomo sono rimasti solo il nipote, sempre più astioso verso gli “zombie” e l’infermiera Monica, terrorizzata che l’epidemia possa toccare i figli. I ricordi del vecchio si intrecciano con la sua ossessione nell’immaginare la vita di Tancredi, medico alle prese con dei pazienti sonnambuli; e nel collezionare foto e reperti di suoi presunti sosia, in un bizzarro tentativo di agganciare il tempo che pare essersi fermato a settant’anni prima. Allo stesso tempo Giulio è alle prese con problemi che gli sembrano molto più concreti: intrecciare una relazione con Monica e organizzare ronde e pestaggi contro gli infetti…

La carne, per togliere ogni dubbio, non è un libro sugli zombi (sì, senza la e finale: “solo i giovani li chiamano zombie”, dice il vecchio). È piuttosto un romanzo sociale sulla morte: come si vive e si muore in un mondo che si è fermato quando avevi otto anni? Che rapporto può esserci tra i vivi e i morti, quando i secondi camminano senza coscienza di sé? È lecito ucciderli? Le storie del libro – quella del vecchio che colleziona immagini dei suoi sosia, di Monica che trita gli zombi per dare da mangiare agli zombie, di Giulio che i zombie li vuole uccidere – sono tutte, a modo loro, delle storie di sopravvivenza. In un mondo in cui i giocattoli si sono fermati a settant’anni prima (e così persino i film porno) le relazioni sono tenute in bilico dalla paura di “non-morire” e di andare a ingrossare la fila di chi chiede la carne ai depositi, con la paura che un giorno non basteranno più neanche i depositi e saranno più i non-morti dei morti e dei vivi. Un incubo sociale che forse è la metafora del decadimento della società capitalistica: un tempo ogni giorno usciva un nuovo prodotto, ogni giorno portava una novità, adesso c’è solo il ripetersi di un’immobilità rassegnata. A La carne manca una trama decisa – i protagonisti sono in qualche modo ontologicamente condannati a non potere cambiare nemmeno loro stessi – tuttavia ci si muove in un immaginario molto interessante, al quale perdoniamo qualche pecca.



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