La casa in collina

La casa in collina

È l'estate del 1943, la guerra imperversa. Per fuggire dal pericolo dei bombardamenti Corrado, che di mestiere fa il professore, fugge da Torino per andare a vivere sulle colline circostanti, ospite nel casolare di un'anziana donna e di sua figlia Elvira, quarantenne ma ancora zitella. Corrado passa le giornate a passeggio nei boschi con il suo cane Belbo. Tra gli alberi persino il suono dell'allarme aereo riecheggia lontano. Un giorno Corrado sente delle voci, sembra che un gruppo di persone stia cantando dall'altra parte del crinale. Belbo si fionda e Corrado gli corre dietro fino ad arrivare ad una cascina che non aveva mai visto. Sembra un'osteria: un gruppo di persone, tutte giovani come lui, parla animatamente. Si discute della guerra, tutti si chiedono se e quando finirà, se sia giusto prendere le armi e ribellarsi apertamente al governo fascista. E' buio, e le facce dei presenti non si vedono bene, ma quando una donna si rivolge a Corrado lui è convinto di conoscerla. Durante la strada di ritorno ci ripensa e allora si ricorda: quella che ha sentito è la voce di Cate, la ragazza con cui è stato insieme dieci anni fa. Quella notte Torino viene bombardata, la mattina Corrado va in città per vedere se la scuola è ancora in piedi e dopo pranzo torna alla cascina della sera prima. Questa volta lui e Cate si riconoscono ma insieme a lei c'è un bambino, si chiama Dino ed è suo figlio. Cate non sembra portare rancore per come si sono lasciati tanto tempo fa anche se ad ogni domanda su suo figlio e su chi sia suo padre risponde in modo evasivo. Ma Corrado non ci mette molto a scoprire che Dino, in realtà, è il diminutivo di Corradino...

Dopo l'8 settembre 1943 c'è chi la Resistenza l'ha fatta sulle montagne, chi l'ha fatta offrendo un nascondiglio ai renitenti, chi l'ha fatta in fabbrica compiendo piccoli atti di sabotaggio, e c'è anche chi non l'ha fatta per niente. Scegliere non è mai facile e Cesare Pavese, con La casa in collina, racconta l'8 settembre di chi non è stato in grado di prendere una decisione, o meglio di chi ha deciso, più o meno consapevolmente, di non decidere. Una scelta, quest'ultima, non meno difficile e che l'opera e la vita di Pavese racconta in tutta la sua drammaticità. Il romanzo, scritto tra il '47 e il '48, per essere pubblicato dalla Einaudi nel 1949, prende le mosse da un episodio reale della vita dello scrittore torinese: il ritiro, nel 1944, in un collegio somasco di Casale Monferrato (piccolo centro fuori Torino) in qualità di insegnante e sotto falso nome per sfuggire ai tedeschi. Pavese, anche di fronte all'esempio dei suoi amici Leone Ginzburg e Giaime Pintor che durante la resistenza persero la vita, dovrà fare per sempre i conti con i sensi di colpa per non aver preso parte alla lotta partigiana. Per questo La casa in collina racconta anche la guerra da parte di chi l'ha subita, gli abitanti di Torino e dei paesi circostanti alle prese con le bombe e con le rappresaglie. Come tutti i libri di Pavese anche questo è caratterizzato da una scrittura riflessiva e dal respiro lento. La vicenda è raccontata tutta in prima persona e al passato remoto dal protagonista Corrado. Una rievocazione che intreccia il racconto di quegli anni alla ricerca esistenziale del personaggio principale che, di punto in bianco, deve fare i conti con una paternità imprevista. Ai dubbi di Corrado (Dino è o non è suo figlio?) si alternano quelli di una generazione dilaniata da una scelta che non può essere rimandata. Consapevole dell'urgenza il protagonista, con un'intelligenza acuta e un carattere riservato (tratti distintivi anche di Pavese), ricorre spesso a spiazzanti riflessioni velate di amara autoironia: “ - Non sei mica fascista? - mi disse. / Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. - Lo siamo tutti, cara Cate, - dissi piano. - Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s'accontenta, è già un fascista”. La collina, con le sue atmosfere sospese e la natura idilliaca, rappresenta allora proprio l'indecisione, esattamente a metà tra le montagne partigiane e i presidi fascisti della città. Un mondo anche questo che, presto o tardi, sarà lacerato dagli orrori della guerra. Perché, come riflettono bene le ultime emozionanti pagine del libro, la guerra non risparmia nessuno, nemmeno gli indecisi.


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