La casa dei nomi

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“Ho dimestichezza con l’odore della morte. […] L’odore della paura e del panico. […] È compagno fedele”. Le immagini di quel giorno terribile non l’hanno più abbandonata, da quando l’ha vista con le mani legate strette dietro la schiena e i ceppi alle caviglie, la bocca imbavagliata per impedirle di maledire suo padre. Lei ha continuato a battersi, senza rinunciare a quelle parole che nessuno è più stato disposto a ripetere. Quelle parole gliele ha insegnate lei, Clitennestra, a sua figlia, “la fiera e bellissima Ifigenia”, perché le urlasse a suo padre Agamennone, che con l’inganno l’ha fatta arrivare dalla loro reggia lontana per sacrificarla sull’altare della propria ambizione e della brama di guerra e conquista. Lei, Clitennestra, l’avevano imprigionata in una buca soffocante e maleodorante; intanto, poco distante, uccidevano sua figlia. “Alle sue urla mentre la ammazzavano si sono sostituiti il silenzio e il complotto quando Agamennone, suo padre, è tornato e io gli ho fatto credere che non mi sarei vendicata”… Al campo, con sua madre e sua sorella, allora c’era andato anche lui, Oreste, ed era stato così bello passare il tempo con suo padre, il re Agamennone, e anche con i soldati a cui lo affidava; era così bello che gli insegnassero a combattere con la spada e giocassero alla guerra con lui. E adesso, passati tanti anni, è così felice che suo padre stia tornando a casa, gli andrà incontro e darà sfoggio di valore davanti a lui, vedrà come è diventato bravo con le armi. Ma sua madre Clitennestra gli ha detto d’un tratto di restare in camera sua, fino a che poi sono arrivate due delle guardie che lui conosce bene. Oreste deve seguirle, devono andare insieme incontro a suo padre che sta arrivando. Ma presto comincia a calare la sera, lui è stanco e non vorrebbe più camminare; perché non ci sono andati col carro? Perché le guardie non rispondono alle sue domande? E dov’è sua madre? Perché non vogliono restituirgli la spada? Oreste è solo un ragazzino, e ogni tanto piange, gli vengono in mente i rapimenti di cui gli ha parlato sua sorella Elettra. Lungo il percorso vede cose che lo spaventano e non capisce, ha fame e le guardie gli ridono in faccia se lui protesta. Finalmente arrivano a destinazione – suo padre non c’è, lo aveva capito ormai -, una casa dove ci sono altri bambini, alcuni li conosce, li ha visti alla reggia qualche volta, ma anche se lo riconoscono quelli girano la testa dall’altra parte. Solo uno di loro, Leandro, è più gentile con lui. E una notte è con Leandro e con il piccolo Mitros che tossisce così tanto che scappano dopo aver ucciso una guardia. Rischiano più volte di morire per strada, fino a che trovano rifugio in una casa dove restano al sicuro per alcuni anni, la casa della vecchia, “la casa dei nomi”… Elettra se lo ricorda il giorno in cui suo padre Agamennone è tornato dalla guerra. Le guardie l’hanno imprigionata per giorni nella segreta sotto le cucine, senza cibo né acqua. Poi, quando l’hanno liberata, Egisto, l’amante di sua madre Clitennestra, è andato a trovarla in camera sua, “Non dovevo creare problemi, ha detto. Avrebbe provveduto lui a evitare che creassi problemi”. Quindi le ha detto che suo padre era stato ucciso dai suoi stessi soldati e che suo fratello era stato allontanato per la sua sicurezza. Lei deve starsene tranquilla per non far stare male sua madre. “Non ci ho messo molto a scoprire com’è stato ucciso mio padre e perché mi madre non voleva che si accennasse alle circostanze della sua morte. Allora ho capito perché aveva mandato Egisto a minacciarmi. Non voleva sentire la voce accusatoria di sua figlia”…

Sovente le quarte di copertina e i commenti fulminanti dei giornali sembrano non appartenere davvero ai libri ai quali si accompagnano, quando non risultano fuorvianti o addirittura menzogneri. A proposito de La casa dei nomi, “The Times” ha scritto: “Tóibín tramuta i miti greci in carne e sangue”; ecco, questa invece è la descrizione perfetta di quanto questo scrittore irlandese – giornalista, apprezzato critico letterario, autore di romanzi e saggi che spaziano dal genere storico all’LGBT (si è dichiarato apertamente omossessuale), docente universitario, vincitore di numerosi premi letterari prestigiosi – ha fatto in questo romanzo, ma per tentare di definirlo bene è necessario andare con ordine. L’antefatto della storia è arcinoto. I Greci, diretti a Troia, sono bloccati in Aulide a causa di un’offesa di Agamennone ad Artemide e non riescono a prendere il largo; quando l’indovino Calcante viene consultato vaticina che l’unica possibilità di placare l’ira divina e partire consiste nel sacrificio di Ifigenia, la primogenita del re. Agamennone, con la promessa di un matrimonio con l’eroico Achille, la fa arrivare da Micene per poi versare il suo sangue sacrificale, suscitando la gelida e spietata vendetta di sua moglie Clitennestra. Nelle storie antiche sangue chiama sangue, al centro di questo mito c’è Clitennestra e la necessità della sua vendetta. Regina, moglie ingannata e madre privata di sua figlia lei non ha scelta, ma lei è prima di tutto una donna e non può ignorare il suo essere donna accanto a un giovane amante, l’essere madre di altri due figli, di avere un trono e un potere cui non intende abdicare. Anche Elettra, figlia di una madre assassina e di un padre assassinato, vive emozioni contrastanti, come pure suo fratello Oreste. Questa storia tragica di rancore e solitudine, di sangue e vendetta, di passione e dolore è narrata da questi tre punti di vista, ma le due donne soltanto raccontano in prima persona e la loro voce risulta più drammatica. I personaggi di Tóibín, però, non sono tragici perché appartengono alla tragedia greca ma perché sono uomini totalmente immersi nella loro drammatica umanità e soprattutto perché sono tragicamente soli. “Ho scritto un libro per un lettore moderno” ha detto, “I personaggi sono individui che affrontano grandi sfide” e sono dominati da rabbia e paura; giustamente si è detto che sono la stessa rabbia e la stessa paura che Tóibín ha visto e raccontato durante i suoi reportage in Croazia e in Irlanda del Nord; niente simboli, niente modelli, niente archetipi, niente eroi, quindi. E soprattutto niente dei. Niente dei a salvare, a premiare, a giustificare o a consolare, ma l’uomo solo con la sua ambizione, con il suo odio, il suo dolore, la sua passione erotica e/o amorosa, la sua brama di potere. “Gli dei non hanno niente a che fare con noi. Niente! Da loro non otterremo nient’altro. Il loro tempo è finito.” dice un personaggio. In una bella intervista a “Il Giornale” l’autore racconta: “Ho immaginato i protagonisti lentamente. Il problema era che dovevo rendere credibile, agli occhi di un lettore moderno, che Oreste uccida sua madre. Non volevo che fosse uno psicopatico o un cattivo scontato. Perciò ho dovuto costruirlo gradualmente”. Questa costruzione graduale – di tutti e tre i personaggi, in realtà – avviene attraverso il riferimento fondamentale all’Orestea di Eschilo, all’Elettra di Sofocle e a Elettra, Oreste e soprattutto all’Ifigenia in Aulide di Euripide che Tóibín dice di non aver letto prima e che offre la prospettiva di Clitennestra. “Ho pensato che la storia di Elettra era stata raccontata in molti modi. Poi ho trovato una voce per sua madre, e così ho capito che ero interessato ad esplorarla e a spiegarla un po’ più in là”. La parte centrale del romanzo e della sua conclusione sono invece frutto di immaginazione, avverte lo stesso autore nella nota finale. L’umanità di questi personaggi, quindi, nasce dalla mancanza di ciò che nel mito – e quindi nella tragedia classica – li rendeva più forti ma anche algidi e distanti e in certo mondo fissi e bidimensionali, ovvero la presenza degli dei. Ha detto ancora Tóibín, “Queste storie sono molto potenti e viscerali. Hanno a che fare con i conflitti all’interno della famiglia. Oggi viviamo in un mondo in cui molte divisioni sono intime. […] Mi interessava la storia cruda e inscriverla in un contesto formale nuovo: quello del romanzo psicologico”. In questo romanzo dalla struttura solida, lo stile terso e la lingua elegantissima, il titolo fa riferimento al valore del nome, cosa che ritorna ripetutamente nel racconto. Nella casa in cui trova rifugio Oreste, ad esempio, si sono succedute storie, le persone sono arrivate, altre sono andate vie, altre ancora sono rimaste, altre sono morte. “Questa casa” – si dice – “era piena di nomi. […] Le case erano tutte piene di nomi”. Clitennestra che vaga nella reggia piena di fantasmi dice “ Non mi viene in mente nemmeno un nome. Mi vengono in mente le parole, ma non le parole che voglio, cioè i nomi. Se riuscirò a dire i nomi, allora saprò chi ho amato e lo troverò, o saprò come vederlo”. Perché i nomi hanno un valore, lo stesso che si mantiene nella storia antica e in questa moderna. Ha detto ancora Tóibín “La casa dei nomi è piena di silenzi. I personaggi sono quello che gli altri hanno fatto”. Le parole, i nomi e i silenzi che Colm Tóibín ha mescolato in questo romanzo mostrano quanto ancora abbia senso che voci moderne vogliano raccontare ancora e ancora le storie antiche, a volte riuscendo persino a tradurle per parlare di quello che oggi siamo diventati o siamo da sempre. Particolarmente consigliato a chi ha amato l’italianissimo e recente La Splendente – profondamente diverso nell’approccio e nella sostanza ma egualmente meraviglioso nell’avvicinare la materia classica -, non lasciatevi sfuggire, in ogni caso, la scrittura preziosa di questo autore raffinato ed elegante.



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