La casa del padre

Pietro Bellelli ha vent’anni quando la sua famiglia, titolare di un’impresa edile, decide di lasciare il quartiere romano di Prati, traslocare di nuovo e tornare nelle strade tra piazza delle Muse e piazza Ungheria, ai Parioli, nella casa dove il giovane ha trascorso l’infanzia. È un villino senza pretese con un piccolo giardino: dietro alla siepe di edera giunge solo il rumore del tram 4 che si arrampica cigolando per la salita di via Tommaso Salvini. Quando Pietro era bambino in casa c’erano – oltre alle due sorelle, al padre Mario e alla madre Matilde – i nonni materni. Una convivenza che ad un certo punto era diventata troppo difficile, così i Bellelli si erano trasferiti in Prati: e ora eccoli di nuovo fare il percorso opposto. Alcune cose sono come prima, altre non lo sono per niente: i nonni sono ormai vecchi e al piano di sopra vivono dei nuovi inquilini, i Boligher. Poco dopo il trasferimento, il padre di Pietro viene colpito da un problema cardiaco e deve osservare riposo assoluto per molto tempo, senza più poter seguire l’impresa di famiglia. Il ragazzo in quel periodo sta leggendo Moby Dick e passa ore a fantasticare sulla bella vicina di casa, Livia Boligher. Pietro è già stato innamorato una volta, sa riconoscerne gli indizi. È una bella sera d’estate quando i due ragazzi possono parlare da soli per la prima volta. Sono alla finestra fianco a fianco: guardano “oltre la luce del lampione di via Adelaide Ristori; oltre le chiome di pini; oltre le facciate delle case, in direzione di piazza Ungheria”…

Giornalista, autore televisivo e scrittore classe 1946, Giorgio Montefoschi è figura pienamente immersa nel milieu letterario italiano del periodo che va dalla seconda metà degli anni Settanta a tutti gli anni Novanta. Malgrado sia ancora in attività, chiaramente egli appartiene ad un altro tempo, l’era pre-Internet in cui la scrittura era materia elitaria, le logiche industriali degli editori erano molto diverse e il quadro politico e sociale contribuiva a creare un tessuto in cui i protagonisti dell’ambiente culturale vivevano di liturgie e rappresentazioni di sé molto distanti – nel bene e nel male, sia chiaro – da quello a cui siamo abituati oggi, costituendo una realtà quasi impermeabile all’esterno. In questo romanzo, Premio Strega 1994, Montefoschi racconta con finezza e sensibilità, ma decisamente abusando delle virgole, tre generazioni di una famiglia della buona borghesia romana. Amori, carriere, traslochi, malattie: con lo scorrere del tempo naturalmente (nell’accezione di “secondo natura”) il figlio protagonista della prima parte si fa padre e lascia il testimone della narrazione al figlio. Intrappolato come tutti tra individualità e ritualità, tra la sua unicità di individuo e l’ineluttabilità dei ruoli che la vita impone agli esseri umani, Pietro Bellelli attraversa la quotidianità in una Roma fatta di luce e tòpoi altoborghesi. Rendendo conto con insistente precisione dei mesi, delle stagioni e delle condizioni meteorologiche, l’autore lavora molto sui dialoghi e sugli stati d’animo dei personaggi, riuscendo così a indirizzare con maestria quelli dei lettori. Molti sono gli ingredienti meta-letterari (Montefoschi si rivolge spesso direttamente al lettore, il finale allude a una circolarità narrativa che pare più che altro un divertissement dell’autore, etc.) per un romanzo che magari non sorprende né ferisce né rivoluziona, ma fotografa con nitida esattezza alcuni momenti della storia sociale italiana.



 

 

 

 
 
 
 

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