La casa delle bambole

La casa delle bambole

Daniella non avrebbe mai immaginato che una semplice gita in Polonia sarebbe divenuta il suo incubo peggiore. È poco più che una bambina e come tutti i bambini è vitale, allegra e un po’ scapestrata. Non è particolarmente interessata ai sussulti che stanno investendo la comunità ebraica locale, agitata da venti di guerra e da un futuro quanto mai nebuloso. Lei però non ci pensa, e nella sua sacrosanta ingenuità desidera solo visitare la città, rimanendo colpita dai monumenti e dalla gente tranquilla che si muove per le strade del centro. Lo Judenrat, nel frattempo,aveva iniziato a svolgere il suo lavoro di “collegamento” tra Ebrei e Nazisti occupanti e da quel momento in poi per gli Ebrei la vita sarebbe diventata molto difficile. I Nazisti li odiano e l’antisemitismo non è mai stato così forte. Si iniziano a vedere le prime stelle di David cucite sui cappotti e sui vestiti; si inizia a respirare un’aria di terrore poliziesco e repressione, alimentata da un odio gratuito che è anche l’odio della gente normale, vale a dire di quegli abitanti non ebrei che finalmente hanno trovato un capro espiatorio per sfogare le proprie piccole, grandi frustrazioni. Daniella, che è sì ingenua ma non per questo sciocca, ha capito che non potrà più tornare a casa dalla sua famiglia finchè la situazione resterà immutata e così, col cuore sempre rivolto ai propri cari, inizierà a vivere nel ghetto e a lavorare in una fabbrica destinata al riciclo e al recupero di abiti e scarpe. Talvolta qualche sua collega viene deportata nei campi di lavoro, luoghi che, nel passaparola delle operaie, fanno sembrare il massacrante lavoro quotidiano come una sorta di vacanza. La vita grigia prosegue senza sussulti ma nuvole ancor più scure si stanno addensando all’orizzonte…

A lungo l’identità di Ka-Tzetnik 135633 è stata avvolta da una coltre di mistero, con quel macabro numero identificativo che simboleggia la prigionia nel campo di concentramento di Auschwitz. Per anni si pensò che si trattasse di una donna che avesse voluto raccontare la sua terribile storia ma poi, con il processo Eichmann (1961-1962), si comprese che dietro lo pseudonimo di Ka-Tzetnik 135633 si celava Yahiel Finer (divenuto Yahiel De-Nur una volta trasferitosi in Israele), un uomo sopravvissuto agli orrori del lager polacco dove perì tutta la sua famiglia. L’opera quindi non è autobiografica in quanto narra la storia di Daniella e delle sue compagne di sventura, destinate a essere utilizzate come feld-hure (prostitute da campo) per il sollazzo dei loro carnefici in un’area definita beffardamente “la casa delle bambole”. Il romanzo è diretto e feroce, condito da qualche rara divagazione onirica (generalmente inquietante), e con l’autore che si mostra particolarmente attento a eliminare ogni filtro in grado di diminuire la brutalità delle sevizie e delle umiliazioni perpetrate a danno di queste belle e povere sventurate. Menzione a parte per il “capitolo” dedicato agli esperimenti riguardanti sterilità, gravidanza e fecondità, davvero sconsigliato ai lettori più impressionabili. Nonostante il successo (di scandalo) riscosso in tutto il mondo al momento della sua uscita, La casa delle bambole (così come gran parte della bibliografia dell’autore) non gode – almeno finora - di fresche ristampe in lingua italiana, con le ultime che si attestano intorno agli anni ‘80. Piccola curiosità: la band Joy Division deve il suo nome proprio a questo romanzo (le ragazze della casa delle bambole appartenevano alla “divisione della gioia”), con il cantante Ian Curtis che fu talmente impressionato dal libro da utilizzarlo anche come fonte di ispirazione per alcune canzoni.



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