La casa grande

La casa grande

Ciénaga, costa caraibica della Colombia, Zona Bananera. Dicembre 1928. Qui viene inviato l’esercito colombiano con l’obiettivo di spezzare lo sciopero dei braccianti bananieri, perché, come dice il tenente, “non vogliono lavorare, se ne sono andati dalle piantagioni e stanno saccheggiando i villaggi”. Tutta la Zona è in sciopero. Ma è colpa loro o della Compagnia se i soldati sono lì? Con un decreto del Capo Civile e Militare gli scioperanti vengono dichiarati una banda di criminali e il Generale incaricato di porre fine con le armi alla sommossa. Viene dato l’ordine di sparare e alla Stazione si consuma il massacro. La famiglia latifondista e proprietaria della piantagione, che vive nella casa grande, ruota intorno al tragico evento. Il Padre, coinvolto nell’eccidio e nel processo agli organizzatori della sommossa, viene ucciso dagli abitanti del villaggio. Il Fratello e la Sorella, i figli ribelli che “formano un mondo a parte”, cercano di arginare l’odio e la violenza del Padre-padrone, che però culmina con lo sfregio del volto di quest’ultima, colpevole di essersi concessa ad un militare, e con l’assassinio dell’uomo a cui il Padre stesso l’aveva data in sposa, dopo averla di fatto ripudiata. Il Fratello, partito per volontà del Padre, soffrirà al ritorno la morte dell’amata Sorella. A guidare la famiglia è una terza sorella che richiama a sé i tre nipoti, figli della Sorella, per proseguire nel solco tracciato dal Padre. Ma rimane vittima anch’essa di un atto efferato perpetrato dai nipoti che, d’accordo, le cavano gli occhi dalle orbite…

Grazie al contributo di Fabio Rodríguez Amaya e di Jacques Gilard, curatori dell’edizione critica dell’Obra literaria (2015) di Álvaro Cepeda Samudio, viene dato alle stampe il suo unico romanzo. Prima fase di un progetto più ambizioso, che mira anche alla pubblicazione di altre due raccolte di racconti. Meno conosciuto rispetto al premio Nobel Gabriel García Márquez, Cepeda rientra a pieno titolo tra gli scrittori che hanno dato avvio alla Nuova Letteratura Colombiana e Latinoamericana. Ne La casa grande l’autore scrive di una ferita ancora aperta nella storia colombiana. In una prospettiva diversa, il fatto storico è citato anche in Cent’anni di solitudine di García Márquez, che nel 1967, in occasione dell’edizione argentina del romanzo di Cepeda, lo definisce un “esperimento audace…una splendida lezione di trasmutazione poetica…una specie di purificazione alchemica”. Lo stile narrativo del libro è pacificamente da definirsi labirintico e un po’ oscuro. Non è la mera cronaca di un massacro ma una lettura impegnativa che richiede al lettore uno sforzo ricostruttivo e la capacità di stabilire connessioni tra le vicende narrate, che oscillano tra il fatto storico, la vita quotidiana e le violenze consumate all’interno della famiglia nell’arco di tre generazioni. Con pazienza il lettore caparbio riuscirà nell’intento di ricostruire il mosaico, di decriptare la scrittura di Cepeda, trovando la via d’uscita dal labirinto di parole abilmente congegnato dall’autore. Quel senso iniziale di disorientamento è destinato a dissolversi. Rimangono impresse quelle domande che “ora si accalcano di fronte alla morte della Sorella” e che, nella desolazione della casa che “ormai sta cadendo a pezzi”, si pone il Fratello, “dov’è il mio posto? Qual è il mio angolo in questo grande disordine della vita?”. Soprattutto ci si interrogherà se nel corso degli anni sia davvero cambiato qualcosa nella casa grande e se quel continuum di odio rispetto al passato sia stato interrotto.



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