La casa a Nazareth Hill

Una innocua passeggiatina dopo la messa, è cominciato tutto così. Amy aveva otto anni, teneva per la mano la madre e il padre, guardava con piacere le strade e le case della sua cittadina nei dintorni di Sheffield in quella domenica autunnale. Ma non le era piaciuta per niente l’idea dei suoi genitori di arrivare fino alla vecchia casa nel parco: “Non vorrei andare alla casa dei ragni”, aveva detto. Il padre si era molto arrabbiato, perché la chiamava così? Eppure sapeva bene che tutti la chiamavano Nazarill, che una volta si chiamava Nazareth Hill. Perché dunque chiamarla in modo così sciocco? Cosa diavolo c’entravano i ragni? Amy non lo sapeva. “Forse la minacciosa immobilità dell’edificio le ricordava un ragno accucciato nella sua tela; forse perché, avendo intuito la fobia di suo padre per i ragni, nonostante lui si sforzasse di nascondergliela, in qualche modo i ragni simboleggiavano anche le sue di paure, di insicurezze”. Nervoso, il padre l’aveva presa per la vita e l’aveva alzata per farle sbirciare dentro una delle finestre della casa abbandonata. Vedeva una stanzetta in penombra, tutta scassata e ammuffita, vuota. Vuota, certo. Vuota? E cos’era allora quella cosa nell’ombra, quella cosa apparentemente morta “con gli arti avvizziti e serrati attorno al torace lacero e macilento” che invece si stava muovendo? Terrorizzata, quando il padre l’aveva rimessa giù Amy non aveva raccontato niente, aveva tenuto per sé — dentro di sé — quell’orrore. Anni dopo, Amy è una quindicenne con la testa rasata e i capelli cortissimi colorati di rosa e di verde, tre orecchini da una parte, due da un’altra e un piercing sulla narice sinistra. E, incredibile a dirsi, vive con suo padre, il reverendo Oswald Piestley, proprio a Nazarill, che nel frattempo è diventato un complesso residenziale modernissimo ed esclusivo…

La sua bacheca parla chiaro: vincitore più volte di Bram Stoker Award, World Fantasy Award e British Fantasy Award (ben dieci!), nel 1999 premio alla carriera della Horror Writers Association, nominato nel 2007 Living Legend dalla International Horror Guild e con una Honorary Fellowship presso la John Moores University di Liverpool per “l’eccezionale servizio reso alla letteratura”. Eppure il britannico Ramsey Campbell è uno scrittore poco noto ai lettori italiani non di settore, paradossalmente il suo è un nome più familiare agli appassionati di cinema horror, dato che due ottimi film spagnoli (Nameless di Jaume Balagueró e Second Name di Paco Plaza) sono tratti da suoi romanzi. Del resto difficilmente potrebbe essere altrimenti, dato che gran parte delle sue opere sono inedite in italiano. Onore quindi alla Independent Legions di Alessandro Manzetti che ne ha portate e ne porterà nel nostro Paese alcune, prima fra tutte questo La casa a Nazareth Hill. In tempi di stile minimalistico e diretto, questo romanzo del 1996 rappresenta una decisa eccezione e non ci sorprende che nella sua nota finale il traduttore Daniele Bonfanti confessi di aver avuto una certa difficoltà a rendere la prosa ricca e irta di allusioni, giochi di parole, riferimenti e allegorie dell’autore. Con abilità da consumato storyteller, Campbell riesce a dare a questa storia — il filone è quello delle “haunted houses”, pur con qualche variazione sul tema — il ritmo e la visionarietà di un incubo opprimente. Il leit motiv della storia è il rapporto complesso e malato tra padre e figlia, ma la bravura di Campbell sta nel non dare certezze al lettore: le visioni di Amy sono reali o immaginarie? È il passato terribile e maledetto di Nazareth Hill che torna a impestare il presente o è il seme di follia nascosto nel DNA della famiglia della protagonista che ha di nuovo germogliato? Non possiamo saperlo con certezza. E le annotazioni a margine della Bibbia trovata da Amy sono vecchie richieste di aiuto o sintomi del suo stesso delirio? Anche qui, il lettore è lasciato solo a sciogliere la matassa di una storia cupa e malata e nerissima, che tocca corde profonde lasciando dietro di sé un senso di inquietudine e spiacevolezza, una nebbia nel cuore che fa fatica a diradarsi anche molti giorni dopo la lettura.



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