La cella della Dea

La cella della Dea

Prato di montagna, e com’è bella la moglie del tenente Di Stefani. Si chiama Gloria, abiti lunghi e stretti e il corpo da Claudia Cardinale. Il bambino la guarda, sente salire da qualche parte in lui una segreta passione. Seduta contro una roccia di granito, la madre. La raggiunge, le crolla accanto. Le chiede se diventerà bella e giovane come Gloria, quando la sposerà. La madre risponde che non ringiovanirà, anzi. Il bambino si arrabbia, è una bugia, è impossibile. Ma sono nozze impossibili, quelle che desidera. Odore di latte e cacao al mattino, palpebre che si aprono alla luce del sole. La madre apre le finestre sul giorno. Danno, dispetto, rabbia. Madre che diventa notturna ombra selvaggia, orco in fondo alla strada che ti insegue perché hai nuovamente danneggiato la cella del freezer, botte che sono legnate, voce crepitio di carta vetrata. Distesa di un deserto, nessuna traccia di azzurro increspato all’orizzonte. Solo, silenzio, morte, e una creatura spaventosa, donna-mostro che si profila alle spalle. Con te, soltanto te come bersaglio. Poi l’alba, il risveglio, deserti e mostri che si dileguano. Il primo giorno all’asilo e le bizzarrie del fegato: detenzione lontano dalla madre. Una Polaroid, il fagottino che corre e due braccia protese nel lasciarlo andare: poter cadere da qualche parte, due braccia tese a riabbracciare. Pulviscolo nella luce solare, a righe, nella penombra di un solaio: giocattoli ammucchiati, ammaccati, staccati, un caleidoscopio con cui guardarLa: danza fantasmatica di tante mamme diverse…

Al centro della rosa dei venti – rosa e vento, rosa che si perde nel vento – c’è una cella, e nella cella una dea. Il bambino (si) disegna il centro della rosa, lo tiene dietro di sé, pronto a studiare le varie direzioni che gli si pongono davanti. Luoghi, odori, cose: cibo, stanze, un toccare in cui trasmutare da una cena al sogno, all’alba, a un placido giorno. Dolce come un piatto di gnocchi alla marmellata anziché tubetti scotti ai ceci. Vicino alle mani della madre, all’odore di caffè sulle labbra di lei e talco e Palmolive, alla voce appena sopra il letto, alla fiaba della sera che diventa un’altra fiaba e un’altra fiaba ancora. A incontrarsi nel sogno, sogno incrociato, e poi perdersi e raccontarsi nuovamente. Il bambino, poi partirà verso nuovi orizzonti, navicella tra gli astri, non sulle stelle ma tra le stelle, l’universo in espansione e quella cella, al centro, rivela ora un vuoto in presenza, trasparenza di mamma, di tante mamma arcaiche e nuove, immersione e distacco: cella vacante per il figlio. Questo è l’altare eretto tra le pagine del breve romanzo di Roberto Caracci – in cui è magnifico rallentare e perdersi leggendo ‒ la cui ricerca si muove tra letteratura, poesia, filosofia e psicologia. Ogni capitolo è un frammento/sforzo dei luoghi vissuti dall’infanzia, vicino alla pelle della madre, dolce e terribile nel contatto e nell’assenza, tondo in bocca come gnocchi e marmellata e freddo ai calcagni come viaggio siderale. Questo sforzo è generoso e grande, ed è capace di un erotico sentire che parla di un’infanzia diffusa, in microcosmo pulsante. Il caleidoscopio nel solaio è tremore appena sotto la pelle. Vortice di favola e abitazione, sgusciare via e immagine di ritorno. “La rosa sparisce nel vento stesso da cui prende il nome”.



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