La cella di Eva

La cella di Eva
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Berlino. In una città fiaccata dai bombardamenti e in attesa dell’arrivo delle truppe nemiche, Eva Braun, Adolf Hitler e gli alti gerarchi nazisti passano le giornate tra deliri, folli speranze e roventi ammucchiate...
Quella di Max Adler è una delle voci più vitali, innovative, disturbanti della letteratura italiana degli ultimi anni. Decisamente un vanto per la piccola casa editrice di Mantova Nomade Psichico pubblicare i lavori di un simile talento, e un mistero che non sia ancora stato notato da qualche major, ammesso che il buon Max sia interessato a gettare i suoi sassi nello stagno nebbioso dell’editoria mainstream. L’approccio psichedelico, anarchico tranne che nel suo essere sistematicamente sgradevole col quale Adler racconta gli ultimi giorni di Hitler rende un’impresa quasi impossibile catalogare La cella di Eva e a maggior ragione descriverne la trama. La vicenda vive su piani temporali diversi: 1935, 1945 e 1987 collassano gli uni sugli altri. Nel bunker con Adolf ci sono tv e fax, e la voce narrante di Eva Braun (perché due n, Adler?), nella realtà amante-ragazzina di Hitler per molti anni e sua moglie solo per poche ore prima del suicidio, diventa quella di una spregiudicata mistress che gestisce e sfrutta i desideri sessuali di una schiera di omuncoli paranoici in preda ad insostenibili pulsioni di morte. Il tutto tra umorismo nero, visioni livide e inquietanti e tanto, tanto pop. Nel senso di cultura pop, quella che ha reso il dittatore tedesco un’icona senza tempo capace di sottintendere un intero mondo di citazioni, estetiche, idee, gusto, sapori. Che puntualmente Adler digerisce e ci risbatte in faccia, con rabbia punk e compiacimento lounge al tempo stesso. Difficile da immaginare? Yes it is.

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