La chioma di Berenice

Via Minsk non ha un aspetto molto accogliente. Vista dalla finestra del monolocale di Emilio, anzi, si può dire che non esista più; è svanita, c’è ancora ma è come se non ci fosse più. La via, insomma, è sempre laggiù: il solito via vai di sfaccendati sugli scooter e prostitute in cerca di clienti o di un blando conforto nel bar sotto casa. La copertura è scomparsa, il manto stradale e stato grattato via. Adesso rimangono solo sabbia, buche, pece in ebollizione e fango. Via Minsk, ormai, è trasformata in un serpentone informe che non ti lascia alcun riferimento. Un ammasso di tubature, flessibili e fibre ottiche a cielo aperto. Ecco perché Emilio la nota subito, proprio appena lei esce da Malabar. In verità il bar non si chiama affatto così. Si trova all’angolo con via Denver, sebbene sia ancora in via Minsk, lo chiamano tutti “Malabar” a causa della pubblicità del caffè appesa all’entrata. La ragazza, tuta ginnica rossa con le bande bianche lungo i fianchi, si avvia a passo svelto verso il caos. Ha un paio di ciabatte ai piedi, cerca di sedersi su un cumulo di terra smossa da poco. Gli operai e gli sfaccendati si girano, la fissano come una sorta di creatura aliena. Emilio è uno scrittore di fantascienza, di alieni se ne intende, però la tipa non gli sembra poi così anormale. La osserva mentre si rialza, si spolvera il fondo dei pantaloni e rientra veloce nel bar. È Berenice, una giovane prostituta del luogo. Ma perché fugge? Dov’è scomparsa?

Il problema è sempre lui, Joyce. Quando venne pubblicato il suo Ulisse (a puntate sulla rivista statunitense “The Little Review” fra il 1919 e il 1920, anno in cui la censura americana ne interruppe l’uscita - il libro in versione integrale uscì infine a Parigi nel 1922), nonostante gli innumerevoli tentativi di impedirne la diffusione da parte della censura, James Joyce venne salutato come l’innovatore del romanzo moderno. La sua tecnica narrativa, definita “monologo interiore” e orientata alla descrizione dei pensieri del protagonista, diventò sinonimo di contemporaneità e innovazione penetrando quasi a forza nella visione culturale di massa. Tanto che, perfino oggi, il 16 giugno (l’arco temporale di cui si compone il romanzo è appunto la giornata del 16 giugno) è celebrato in molte grandi città occidentali come il “Bloomsday”. Si sa che, quando entra in ballo la massificazione, perfino Joyce e la sua concezione narrativa possono risultare abusati e stantii. È il caso di questo romanzo. Roncaglione sacrifica qui la sua originalità espressiva, che pure traspare ed è innegabile, sull’altare di uno stream of consciousness poco convincente. Così concentrato a scardinare la struttura dello spazio-tempo narrativo, il bravo Andrea sembra perdere di vista l’intreccio. Dopo un inizio promettente, la storia inizia a perdersi fra i mille rivoli destinati a rappresentare i singoli personaggi e i vari punti di vista. Il tono e il ritmo, tuttavia, non si distinguono abbastanza da definire e caratterizzare in maniera univoca la figura della singola persona. Fatta eccezione per i caratteri principali, i personaggi tendono a svanire nella bruma arzigogolata, nel rivolo fumoso che scorre dall’inizio alla fine del romanzo. Eppure lo stile è controllato, il lavoro di scrittura c’è e si vede. La brama di intorbidare i luoghi e le persone, l’idea di esaltare il mistero elevando i confini indefiniti della coscienza a punto di vista sistematico, finisce per confondere il lettore istigandolo quasi a chiudere il libro anzitempo.



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