La ciociara

Roma, 1943. A Cesira della politica e della guerra non è mai importato molto: “s’ammazzassero pure quanto vogliono, con gli aeroplani, con i carri armati e con le bombe”, a lei basta che il negozio di alimentari che gestisce in Trastevere vada bene, che la sua casa sia linda e pinta e che sua figlia Rosetta – che ormai è una ragazza – cresca tranquilla. E per tutte e tre le cose Cesira non può certo lamentarsi: certo, c’è quell’inconveniente delle tessere di razionamento che costringe lei e Rosetta a stare tutto il giorno con le forbici in mano a tagliuzzare carta, ma tra il commercio legale e la borsa nera i soldi non mancano. Cesira è una grintosa “burina” originaria della Ciociaria, è venuta nella capitale dopo il matrimonio con un uomo molto più grande di lei, un tipo chiuso e bilioso che non ha mai amato e al quale si è concessa con il contagocce, “né al modo delle spose né a quello delle mignotte”, finché lui qualche anno prima è morto lasciandole il negozio e nessun rimpianto. È una vedova ancora giovane, ha il petto grande e i corteggiatori non le mancano ma lei li respinge tutti, non è interessata all’amore e neppure al sesso: è interessata piuttosto ai soldi e quando Roma viene occupata dai tedeschi Cesira capisce che la città sta per precipitare nella fame, nella paura e nella povertà. Tutti parlano di bombardamenti imminenti e lei decide a malincuore di mettersi in salvo con Rosetta in campagna. Lascia le chiavi dell’appartamento e del negozio a Giovanni, un commerciante di carbone che nonostante abbia moglie e figli la corteggia da anni, si fa possedere da lui una volta (salvo pentirsene immediatamente) e parte in treno per il suo paesino natale, Vallecorsa, assieme alla figlia…

Questo travolgente romanzo neorealista di Alberto Moravia è stato pubblicato nel 1957, nella piena maturità dello scrittore. Ma affonda le radici più indietro nel tempo, in quel drammatico 1943 in cui come Cesira e Rosetta anche Moravia, con la moglie Elsa Morante, fuggì in campagna e visse con una famiglia contadina (i Marrocco) nascosto in una capanna di Sant’Agata, in Ciociaria, per ben otto mesi. “Scrissi le prime 50 pagine de La ciociara nel 1946, prima de La romana. Poi smisi, perché non sapevo come continuare. Mi resi conto che l’estrema vicinanza dell’esperienza vissuta era un impaccio che mi impediva il sereno ripensamento dei fatti e delle figure”: in questo brano di una lettera di Moravia a Giuliano Manacorda sta il sublime paradosso che rende questo libro – grazie a quel tanto di trasfigurazione mitica delle convulse e crudeli fasi conclusive della Seconda guerra mondiale in Italia – un documento storico e sociale e una favola nera al tempo stesso, un magnifico ibrido capace di scuotere il lettore nel profondo. Al centro della narrazione la memorabile figura di Cesira, antieroina gretta, di un egoismo da bestia feroce: moglie ferita ma anche opportunista e fredda, madre disperata ma subito dopo spietata nel giudicare la figlia. Non sorprende che il titolo originariamente pensato da Moravia per il romanzo fosse Lo stupro, data la centralità della scena che – anche grazie alla versione cinematografica firmata da Vittorio De Sica che nel 1962 ha fruttato a Sofia Loren un Oscar – è stampata nel ricordo di lettori e spettatori. Uno stupro di gruppo raccontato con aspra franchezza, che assieme a qualche frase esplicita presente nel primo capitolo rende La ciociara un romanzo decisamente “spinto” per la sua epoca, tanto che fu oggetto di una denuncia per oltraggio al pudore da parte del Questore di Roma. E sta forse proprio nell’umanità come identità animale la chiave di lettura della storia di Cesira e di sua figlia. Nel dolore, nel pianto, nel sangue e nel riconoscerli come “naturali”. Quello che Moravia amava definire “un omaggio alla Resistenza come fatto collettivo” pare invece, a distanza di più di mezzo secolo, una lettura cinica e disperata del mondo, che è egoista di natura e perciò capace di riscattarsi solo attraverso una solidarietà che non è spontanea, ma mediata dalla cultura: e quindi politica. Socialismo o barbarie, diceva qualcuno.



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