La città delle navi

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Nessuno sale mai a bordo delle navi a Bocca del Bitume. È una cittadina brutta, violenta, una striscia di industrie lunga circa un chilometro e mezzo, tagliata in due dall’acqua. Ogni giorno, alle poche migliaia di abitanti si uniscono le moltissime persone che all’alba lasciano New Crobuzon a bordo di barche e carri per andare al lavoro. Ogni sera, bar e bordelli sono pieni di marinai di passaggio. Quelli delle navi meno rispettabili, perché le altre tirano dritte fino ai moli di New Crobuzon per scaricare. Per questo il capitano Myzovic non crede ai suoi occhi quando l’affascinante linguista Bellis Coldwine gli chiede un passaggio fino alla remota colonia di Nova Esperium. Ma la donna ha tutte le carte in regola e potrà sdebitarsi svolgendo l’importante mansione di interprete dall’omario durante l’attracco a Salkrikaltor, che è commercialmente strategico per la nave mercantile “Tersicoria”. Quello che il capitano non sa è che la Coldwine è stata costretta a passare quasi tre settimane a Bocca del Bitume per prendere lezioni di omario da un tale Marikkatch, un anziano omaro, cioè un ibrido tra uomo e crostaceo. La “Tersicoria” salpa ancora: è un viaggio lungo e terribilmente noioso: oltre ai passeggeri e all’equipaggio, nella stiva assieme alle merci sono stipati alcune decine di Rifatti, dai corpi alterati per mutazioni o innesti meccanici, destinati a lavorare come schiavi nelle colonie. Giunti a Salkrikaltor, il capitano Myzovic e i suoi ufficiali scoprono che delle tre colossali piattaforme di trivellazione che gli omari hanno acconsentito a impiantare nelle loro acque una è misteriosamente scomparsa. I colloqui con le autorità locali –durante i quali Bellis fa il suo esordio come interprete cavandosela alla grande – non chiariscono la vicenda, che si complica ulteriormente con l’entrata in scena di Silas Fennic, un misterioso ufficiale della marina che sostiene di dover prendere il comando della “Tersicoria” e riportarla a New Crobuzon. A malincuore, il capitano Myzovic acconsente a invertire la rotta Ma non sa che la nave sta per cadere in una letale imboscata…

Miéville incontra Melville in questo monumentale, secondo romanzo ambientato nell’universo di Bas-Lag. È in buona sostanza una lunga, avvincente storia di pirati, di immani e incontrollabili creature dell’abisso, di odio e ambizione: l’unica differenza con i capolavori ottocenteschi del genere è ovviamente la presenza dell’ingrediente fantastico. L’ambientazione è steampunk, molti personaggi non sono umani, il soprannaturale si mescola allo scientifico (rigorosamente vintage) e l’immaginazione dell’autore corre senza briglie. Il suo prodotto forse più spettacolare e riuscito qui è Armada, la città galleggiante dei pirati, costituita da un agglomerato labirintico di vascelli di epoche diverse legati assieme, in parte fusi, sovrapposti in un groviglio inestricabile che esseri di tutte le razze hanno trasformato in strade e case. China Miéville, figlio di hippy inglesi che gli hanno scelto il nome sfogliando un vocabolario e hanno scelto China perché nel dialetto cockney è il sinonimo di “compagno, amico”, ama affermare che i socialismo e la fantascienza sono state le più importanti influenze culturali della sua vita: ad Armada ci sono tutte e due, ovviamente, anche se l’ambizione occulta dei leader dello stato pirata, che si illudono di controllare e sfruttare poteri al di là della loro comprensione, porterà quella utopia libertaria all’apocalisse. La sua passione per le immersioni subacquee ha aiutato l’autore a creare situazioni credibili in questo romanzo così “acquatico”, esempio perfetto del suo stile, che ama definire weird fiction e che secondo lui è situato esattamente all’intersezione tra sci-fi, horror e fantasy. Di inventiva ed energia ce n’è tanta in queste quasi 750 pagine, ma si avverte una cerebralità di fondo che a tratti enra in conflitto con il candore da bambini che le storie di pirateria da sempre inducono nel lettore. Fa bella mostra di sé in esergo una citazione da un romanzo dello scrittore dello Zimbabwe Dambudzo Marechera, che Miéville utilizza per mettere in evidenza il senso (anche) figurato del titolo originale The Scar, La cicatrice: un uomo è anche le sue cicatrici, che non deturpano il suo corpo, ma contribuiscono a costituirlo. Dalle “cicatrici” nella crosta terrestre invece, come impariamo da La città delle navi, esce ben altro.



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